Leggo un interessante punto di vista a proposito delle “mancanze” dell’iPad.
Luke Wroblewski analizza l’assenza di multitasking, la mancanza di flash, di porte usb, il passaggio obbligatorio attraverso l’App store, ecc, non come difetti, ma come deliberate scelte di progettazione.
Se l’iPad è un nuova tipologia di dispositivo che si proietta verso il futuro del personal computing, per compiere dei significativi passi avanti è necessario alleggerirsi delle zavorre del passato.
Il parole povere semplificare. Riducendo i nodi che oggi possono essere sorgenti di complessità indesiderate e problemi.
Più Svizzero che mai è finalmente uscito il secondo Book di UXmagazine. Contenente gli articoli relativi alle issue di settembre/ottobre, novembre e dicembre il numero lancia una nuova iniziativa,I love U(x) . Un contest creativo.
Dal prossimo Book, infatti, potrete essere voi i progettisti delle copertine del megazine. Semplicemente inviando illustrazioni, fotografie, etc alla redazione.
Per maggiori dettagli relativi al concorso continuate a seguire il nostro blog nei prossimi giorni…
E adesso la top ten, la selezione degli articoli più letti di questi mesi:
Come avrete intuito qui in Sketchin abbiamo iniziato il nuovo anno alla grande, riorganizzando, pianificando, progettando e riprogettando e come sempre, divertendoci.
Per ripartire con tutti i numeri dopo il lungo 2009, eccovi dunque date e appuntamenti Sketchin per il nuovo, scoppiettante, anno di lavoro e progetti che si prospetta fin da principio ricco e interessante, e soprattutto coinvolgente, per noi e per tutti voi che ci seguite.
Come d’abitudine ormai, eccoci di nuovo in pista con l’organizzazione dell’AgileCamp e dell’ExperienceCamp, appuntamenti che si terranno presso la nostra sede in febbraio e maggio, con cui porteremo avanti un discorso continuo e costante sulle metodologie agili e la progettazione dell’esperienza d’uso per web e mobile, che vedranno una loro formalizzazione e presentazione orientata all’innovazione nella seconda edizione di UXconference, che ci attende in settembre.
Appuntamenti mensili, sempre fonte di nuova ispirazione e conoscenze, saranno i consueti UXmeetup, aperti a tutti voi, che voi siate designer, imprenditori, studenti o anche solo interessati a conoscerci, potete venire a trovarci il primo lunedì del mese a partire dalle 19:00.
Per chi invece vuole conoscere a apprendere la nostra metodologia di lavoro, per chi vuole un corso specifico o desidera mettersi alla prova in un workshop, tornano a grande richiesta di pubblico i nostri workshop e corsi sulla UX. Gli appuntamenti, che prevedono un numero molto limitato di partecipanti, si compongono di intense giornate di studio e lavoro orientate ad apprendere il come fare, oltre all’aspetto teorico, e permetteranno ai partecipanti di iniziare da subito ad applicare il nostro metodo, che si sviluppa dall’incontro della progettazione centrata sull’utente con le metodologie agili, per un processo davvero user and business oriented.
Per alleggerirci un po’ di tanto lavoro, non macheranno inoltre gli Informal Aperol, appuntamenti organizzati in Svizzera e Italia per un aperitivo e una chiacchierata in compagnia, che troverete puntualmente nel gruppo Sketchin di Facebook.
Per tutto il resto eccovi dunque gli appuntamenti da inserire subito nel vostro calendar per non perdere nemmeno un occasione:
Per chi invece vuole portare la discussione sempre con se, per leggerla sui mezzi pubblici o in giro per la città, al mare e in montagna, prosegue l’appuntamento con le uscite mensili del nostro sempre aggiornato UXmagazine.
Non rimane dunque che augurarvi un nuovo pieno di appuntamenti, riflessioni e risate, con Sketchin.
Il workshop ha rappresentato un fantastico momento di confronto, per l’altro numero di partecipanti provenienti da diverse discipline, costituendosi come momento di divertimento e insieme di approfondimento sulla tematica dell’interazione uomo-macchina.
Le due giornate sono iniziate con una panoramica generale sulla User Experience e sul processo di progettazione, passando poi ad affrontare tra teoria ed esercitazioni i tre aspetti che un designer di interfacce deve avere:
Conoscenze teoriche di percezione e interazione
Metodologie e processi con cui affrontare una progettazione iterativa sempre più raffinata
Strumenti e best practices di progettazione
Durante il workshop Paolo, Daniele, Claudia, Giacomo e Sergio si sono messi alla prova con esercitazioni di sketching, information design e wireframing con l’obiettivo di comprendere i principi di interazione e passare a una prima prova pratica.
Il risultato è stato una due giorni di apprendimento e divertimento insieme, come potete vedere dalle foto.
Lunedì scorso ho cominciato a scrivere qualcosa di più riguardo al mio lavoro e ho iniziato a parlare di progettazione dei contenuti. Come promesso, ecco la seconda parte, con qualche indicazione che spero vi torni utile e qualche risorsa esterna per chi vuole approfondire.
Homepage. Anche se gli utenti entrano spesso da sottopagine, se trovano qualcosa di interessante probabilmente vorranno dare un’occhiata alla homepage, per avere un quadro generale dell’attività e di cosa può offrire loro quel sito.
La homepage ideale, secondo Steve Krug risponde a colpo d’occhio alle seguenti domande:
cos’è questa cosa?
cos’hanno qui dentro?
cosa posso fare qui?
perché dovrei essere qui e non da qualche altra parte?
La homepage è anche lo spazio in cui ciascun prodotto o ciascuna divisione che ha una propria sezione sul sito vorrebbe avere più visibilità. Una specie di guerra all’ultimo pixel. Ma lo spazio è limitato, dunque va gestito al meglio. Occorre evitare tanto il sovraffollamento delle informazioni e le ripetizioni inutili, quanto il panico da spazio bianco (l’essenzialità di Google insegna). Krug riassume il concetto nella frase “usa lo spazio di cui hai bisogno ma non più del necessario”.
Tagline. Altro elemento da tener presente è la tagline. A meno che non siate Google, la tagline (il vecchio claim o slogan delle pubblicità) è utilissima all’utente per legare indelebilmente un nome più o meno creativo alla sua utilità pratica. Una buona tagline è chiara e informativa, dunque fate attenzione a quelle vaghe o generiche, a quelle troppo corte per essere esplicative, a quelle che non evidenziano il vantaggio competitivo. L’ideale sarebbe una tagline tra 6 e 8 parole scelte con cura. Si tratta comunque di indicazioni generali: ci sono tagline che seguono regole diverse e funzionano molto bene, oppure semplicemente non ci sono (come su Amazon, per esempio). In tutti i casi è importante considerare che la tagline, ovvero la value proposition del sito, è diversa dal motto, che invece contiene un principio guida. In tutti i casi, stiamo parlando solo di un equivalente del claim degli spot tradizionali, ma nella costruzione bisogna tenere conto del mezzo su cui verrà pubblicato. Il claim di uno spot e la tagline di un sito sono due cose diverse.
Labeling. Una buona scelta nei nomi delle etichette fa in modo che l’utente sappia orientarsi e trovare le sezioni che gli interessano senza confondersi o pensarci troppo. Se esistono degli standard, è utile farne tesoro. Per esempio, se sono sul sito di un’azienda e ho bisogno di trovare la pagina che contiene le informazioni relative all’azienda e non ai prodotti, probabilmente cercherò automaticamente un “about”. Se ho bisogno di contattare qualcuno cercherò i “contatti” o al massimo “scrivici”. Se sono nel sito di un’applicazione, mi aspetto che le etichette mi forniscano le indicazioni utili per trovare le funzionalità principali. Etichette poco chiare rallentano la navigazione dell’utente o, nel peggiore dei casi, trasformano la navigazione in una poco piacevole caccia al tesoro. Se il nostro utente è un potenziale cliente e cerca, non trovandolo, il modo per acquistare un prodotto, probabilmente è un cliente perso.
Struttura dei contenuti. Abbiamo poco tempo per convincere il lettore casuale che si trova davanti a una pagina potenzialmente interessante. Per questa ragione, il suggerimento di Nielsen è di recuperare il metodo della “piramide rovesciata“, ovvero inserire all’inizio del testo le informazioni essenziali, approfondire mano a mano che si prosegue nella stesura e quindi inserire eventuali risorse esterne. Per quanto riguarda la lunghezza dei contenuti, Nielsen indica che i testi dovrebbero essere pensati in formato web, ovvero sotto i 3000 caratteri (circa 650 parole), mentre gli autori di Hot Wired indicano che un testo contenuto in un’unica pagina scoraggia la lettura e diventa più leggibile nel momento in cui lo si suddivide in più pagine.
Infine, un suggerimento pratico di Luisa Carrada (dal suo libro Il mestiere di scrivere): evitare il più possibile frasi fatte e formule stereotipate, le classiche espressioni in cui il soggetto si trascina dietro sempre lo stesso aggettivo, quasi sempre di derivazione giornalistica (per esempio “tragica notizia”). Allenatevi a trovare espressioni più fresche, a riscrivere le frasi, a usare sinonimi. Le frasi fatte devono essere un’eccezione piuttosto che una regola.
Ho affrontato quelli che per ora mi sembravano i punti principali.
Ecco alcuni riferimenti usati per il post e altre indicazioni utili:
Dopo aver parlato di quanto è importante osservare quello che succede all’esterno e di come per svolgere bene il proprio lavoro sia necessario sapere anche cosa fa chi lavora gomito a gomito con noi, vediamo ora di scendere in dettaglio e descrivere una delle attività che mi occupa più tempo alla scrivania di Sketchin.
Scrivere testi per il web è un’attività tanto impegnativa quanto sottovalutata. Chi pensa che produrre contenuti sia più che altro una questione di proprietà di linguaggio e creatività ha una visione solo parziale dell’attività complessiva. Come si è già detto più volte, chi lavora in Sketchin non è semplicemente un creativo, ma un progettista, e nemmeno io faccio eccezione.
Mentre per esempio Alice si trova a progettare contenuti visuali in base alla struttura dei wireframe, oppure Dafne progetta wireframe in base agli stretti vincoli dell’usabilità, i testi di un sito devono avere caratteristiche precise che impongono scelte a priori e lasciano poco spazio all’invenzione. Per le eccezioni ci sono spazi più consoni, come ad esempio i blog personali.
Stabilita questa premessa importante, vediamo ora come iniziare a progettare dei contenuti, tanto all’inizio di un progetto quanto su un progetto esistente.
Vincoli iniziali. Lo stile di comunicazione ha un’importanza pari a quella che ha lo stile del sito e sono strettamente correlati. Ora immagina: sei nella homepage di un sito di uno studio legale, linee regolari e pulite, prevalenza di grigio e di blocchi quadrati. Nel centro della pagina una scritta ti dà il benvenuto: “Benvenuto nel mondo gioioso dello studio xxx! Vieni anche tu, sarà divertente conoscerti e fare affari insieme!”. A questo punto, dopo aver riso un quarto d’ora, probabilmente se hai bisogno di un avvocato andrai a cercare uno studio legale serio.
Le situazioni non sono sempre così cristalline, ma un buon testo coerente con l’insieme ha bisogno di una prima fase di analisi. Occorre studiare il materiale esistente, estrarne i valori percepiti, studiare il materiale fornito dai clienti che contiene i valori aziendali, gli obiettivi di comunicazione e (possibilmente) la corporate identity. Dopodichè si passa al mercato, si studia la comunicazione e lo stile dei competitor, si trovano elementi di distinzione, si confrontano con i valori di base. Questa fase preliminare serve a stabilire una griglia in cui muoversi durante tutto il lavoro. Ogni singolo testo del sito andrà poi verificato tenendo conto di questi vincoli. A questo punto del lavoro, non si è ancora scritta nemmeno una parola…
Regole generali. Nielsen ci insegna che sul web la leggibilità dei testi è del 25% inferiore rispetto alla carta. Steve Krug, nel suo Don’t Make me Think, suggerisce di ridurre del 50% il testo ottenuto e solo allora avremo qualcosa di potenzialmente adatto al web. Ciò significa che avere ottimi testi su carta non significa automaticamente avere ottimi testi per il web, men che meno che i primi si possano copiaincollare e trasformarli così nei secondi.
Non si tratta solo di lunghezza dei testi, ma anche della loro disposizione.
Alla domanda “come gli utenti leggono sul web”, Nielsen ci risponderebbe con un semplice “they don’t“. Gli utenti non leggono, gli utenti scorrono semplicemente il testo, oltretutto in modo non lineare. E’ probabile che vedendo questa stessa pagina, prima ancora di leggerla, tu abbia colto la struttura complessiva e che la tua attenzione sia stata attirata dalle parole in grassetto prima ancora che dal testo. Se provi a leggere solo le parole in grassetto anzichè tutto il testo, sarai probabilmente in grado di farti un’idea di massima dell’argomento di cui si sta parlando.
Contenuti delle pagine interne. Che gli utenti conoscano il nostro sito oppure no, difficilmente entreranno dal portone principale della homepage. Molto spesso succede che gli utenti trovino un sito digitando parole chiave su un motore di ricerca e spesso finiscono in una sottopagina che contiene ciò che interessa loro. Lo sappiamo così bene che le pagine interne di un sito sono disseminate di keyword proprio a questo scopo. Questo modo di cercare e trovare pagine richiede sia un’attenta progettazione della struttura, per fare in modo che l’utente che arriva per caso su una pagina interna possa sempre avere qualche appiglio per capire dove si trova, ma anche offrire a livello testuale le risposte che l’utente si aspetta di trovare.
Testi complessi e poco chiari non aiutano a farsi trovare. Che siate o non siate l’azienda leader del vostro settore, i vostri potenziali clienti difficilmente cercheranno “azienda leader del settore xxx”. Gli utenti hanno la tendenza a fare ricerche mediante keyword limitate e linguaggio naturale. Sapere quali sono quelli legati al vostro settore di attività può essere un valido aiuto nella progettazione dei testi.
Questi sono solo alcuni degli elementi che giustificano l’inizio del discorso, ovvero che i contenuti vanno progettati così come tutti gli altri elementi di una pagina… La settimana prossima proseguirò con la seconda parte: mi piacerebbe parlare di titoli e sottotitoli, etichette, lunghezza dei testi e qualche consiglio più pratico che vi può tornare utile…
Cos’hanno in comune la pianificazione di una strategia di marketing e la programmazione? Fino ad oggi credevo che il mio lavoro non avesse niente in comune con la progettazione di un software. Se anche a te sembra che sia impossibile trovare un punto di contatto, prova a spostare con me l’attenzione sulla pianificazione di una strategia.
La strategia è un meccanismo attraverso cui un’azienda costruisce il senso del mondo intorno a sé. E’ un’insieme di idee con cui l’impresa intende vincere, il codice sorgente da cui dipende tutto il resto. Dal momento che la strategia può rappresentare solo la soluzione migliore di un determinato periodo, la strategia, così come un programma software, ha bisogno di essere aggiornata e rifinita man mano che le persone arricchiscono la propria conoscenza ed esperienza. (da qui, traduzione mia)
Partendo da questo presupposto, continuare l’analisi a livello parallelo risulta più intuitivo. Così come una volta avviata l’implementazione è difficile cambiare radicalmente la direzione, anche le strategie aziendali principali difficilmente vengono stravolte. Ciò non toglie che in contesti che cambiano rapidamente, i processi adattativi possono aiutare l’azienda, così come un software, a rispondere in modo rapido agli stimoli ambientali, riallocando le risorse in modo dinamico laddove se ne manifesta la necessità.
Se spostiamo ora il focus sulle persone, ci rendiamo conto di quanto i membri di un’azienda giochino un ruolo strategico nel raggiungimento degli obiettivi e del successo. Dunque anche il loro contributo nella definizione della strategia può aiutare l’azienda nel rendersi conto delle proprie risorse effettivamente disponibili e aiuta ad avvicinare le aspirazioni individuali e i desideri aziendali. L’azienda sembra dunque avere interesse nell’aprire il processo a persone esterne al senior management per aumentare la possibilità di incappare in nuove soluzioni. Questa tendenza all’apertura e alla condivisione del processo è anche ciò che determina il modo in cui rimodellare un software con le necessità effettive, eliminando nel contempo eventuali errori nella programmazione.
Queste considerazioni non vogliono essere considerate esaustive, ma solo uno spunto per ragionare insieme. Vuoi proseguire il discorso con me nei commenti? :)
Vi è mai capitato di sognare di essere pagati per ciò che più amate fare?
A me è successo :D Sono stata retribuita per giocare coi Lego® ;)
Mi spiego: l’anno scorso ho avuto la possibilità di collaborare con trivioquadrivio, azienda milanese di consulenza strategico/organizzativa, e il laboratorio NewMinE Lab dell’ USI (Università della Svizzera italiana) in occasione della progettazione di un nuovo modulo della metodologia Lego Serious Play™.
Prendo ora spunto direttamente dal sito che trivioquadrivio ha dedicato alla metodologia:
Cos’è esattamente Lego Serious Play™?
[...è una innovativa metodologia di sviluppo organizzativo fondata sull’impiego di materiali espressamente prodotti dalla LEGO® per facilitare le pratiche manageriali.
Obiettivo principale di LEGO SERIOUS PLAY™ è quello di condurre i partecipanti a “costruire con le proprie mani” un modello tridimensionale del proprio problema, sia esso di carattere strategico, operativo o relazionale.]
Come funziona?
[1. LEGO SERIOUS PLAY™ raggruppa attorno a un tavolo fino a dieci partecipanti. Il lavoro si svolge sotto la guida di un facilitare certificato LEGO SERIOUS PLAY™, che ha il compito di orientare gli interventi dei partecipanti agli obiettivi strategici stabiliti.
2. I partecipanti costruiscono un modello, dapprima individualmente, poi collettivamente. Nel costruire il modello, ciascun partecipante ne evidenzia e condivide il significato metaforico.
3. Attraverso la condivisione delle “storie organizzative” attribuite al modello, viene costruito un panorama collettivo e vengono stabiliti alcuni semplici principi guida, utili a determinare un orizzonte condiviso di azione. ]
I moduli ufficiali fin’ora sviluppati e offerti dalla LEGO® sono:
Lego Real Time Identity: ha lo scopo di definire le linee identificative di un’azienda o di un ente. Membri, attività, scopi, posizionamento sul mercato, agenti interni e esterni, positivi e negativi rispetto all’azienda.
Lego Real Time Strategy: ha lo scopo di identificare la strategia strettamente operativa che l’azienda in questione potrebbe intraprendere in riferimento ad un progetto specifico.
Ma perchè vi parlo proprio ora della metodologia LSP? Perchè a breve sarà ufficializzato il nuovo modulo LEGO SERIOUS PLAY™ che ho progettato nel laboratorio NewMinE Lab e che abbiamo chiamato Lego Real Time WEB.
Scopo di questo nuovo modulo (ad oggi in fase finale di test) sarà sfruttare l’immediatezza del linguaggio metafarico del LEGO® per facilitare la comunicazione committente-progettista nella fase iniziale di progettazione di un’applicazione per il web.
Sarà possibile alzarsi dal tavolo dopo poche ore di workshop con un’idea precisa e, importantissimo, condivisa (sapete benissimo quanto sia difficile condividere concetti con i committenti) di quale sia lo scopo del sito, il contesto e il mercato in cui andrà a posizionarsi, i potenziali utenti, contenuti e funzionalità e ruoli di chi collaborerà allo sviluppo.
Vi stuzzica l’idea?
Avrete news non appena il nuovo modulo verrà ufficializzato ;)