Nativi Digitali: la memoria e l’attesa

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Mi sto ultimamente interessando a una serie di osservazioni sui comportamenti da nativi digitali in contrasto con quelli da migranti digitali.
In particolare a quelli che sono gli influssi della cybercultura nella fase di crescita e costruzione dell’identità.

Se penso a come noi migranti digitali ci siamo costruiti un immaginario personale non posso che pensare alla lettura e alla conoscenza del mondo circostante per semplici categorizzazioni. Il capitale personale dunque era costituito dalla conoscenza, e in particolare dalla conoscenza indirizzata. Penso a identità che ne replicano di precedenti, e a un trascorrere del tempo che lascia poi non troppe tracce. Se penso ai nativi digitali invece, essi pubblicano la loro identità prima ancora di averne definizioni più o meno precise. Prevalentemente, pubblicano e generano un elevatissimo numero di conversazioni. La socializzano, sui blog e i social network, si esprimono in maniera trasversale e capitalizzano la propria pubblica reputazione.

In tutto questo mi interessa la questione della conservazione della memoria. Parlo di memorie familiari e regole sociali, di lenti passaggi tra generazioni. Di costruzioni identitarie piuttosto simili e stabili, e penso invece alle identità fluide e contingenti di oggi. Cosa succede nell’affermazione del sè quando il sè si scopre così mutevole e soggetto a cambiamenti rapidissimi? Quando si genera una memoria mediale ricchissima, quotidianamente aggiornata, di tracce lasciate da noi e pubblicate e taggate da altri? Cosa succede al senso di identità costantemente sottoposto a mediazioni e rinegoziazioni? E soprattutto mi interessa indagare quali caratteristiche avranno le identità da nativi digitali oltre alla loro incredibile attitudine globale?

  1. Leonora says:

    La cosa che più mi preoccupa, soprattutto per questa generazione di passaggio, è che i ragazzini non percepiscano più l’autorità dei loro educatori. Perchè spesso ne sanno molto meno di loro quando si parla di nuove tecnologie.
    Se cominciano a sentirsi superiori è finita.

  2. Questo è un altro punto interessante. Mi sembra che nonostante si inizi a parlare di questo anche a scuola e nelle università i ragazzi si mostrino tutt’altro che interessati, anche nei corsi da loro scelti.
    Mi sembra preoccupante questo fare e non volerne parlare.

  3. Paolo says:

    salve,

    personalmeente credo che uno dei problemi maggiori oggi sia proprio il concetto di autorità…

    i nativi digitali sono tali proprio perchè crescono in un mondo mediatico completamente avverso all’autorità (il web) mentre a casa a scuola ed in genere nel rapporto con gli adulti trovano solo ed esclusivamente una richiesta di rispetto dell’autorità…

    è inutile parlare di web ai ragazzi con gli strumenti obsoleti e fallimentari della scuola e dell’università italiana, in qeto caso sono d’accordo bisognerebbe mettere sulla cattedra gli alunni e non gli insegnanti…

    secondo me i ragazzi non cominciano a sentirsi superiori, semplicemente cominciano ad averne coscienza…

  4. matteo says:

    Non so quanto il web sia anarchico. C’è una dimensione di controllo da non trascurare. In ogni caso mi ha molto colpito la riflessione di Benasayag e Schmidt, quando dicono che nella società moderna si verifica una perdita di valore dell’autorità e allo stesso tempo un aumento dell’autoritarismo, perché nei rapporti simmetrici si fa fatica a capire in nome di cosa o di chi si possa accettare l’autorità:
    “Paradossalmente, alla crisi del principio di autorità non corrisponde affatto una messa in discussione dell’autoritarismo. Anzi, proprio questa crisi apre la strada a varie forme di autoritarismo. Una società in cui i meccanismi di autorità sono indeboliti, lungi dall’inaugurare un’epoca di libertà, entra in un periodo di arbitrarietà e di confusione.” (pp. 26-27)
    “Con l’autoritarismo colui che rappresenta l’autorità si impone all’altro grazie alla sua forza, che è l’unica garanzia e l’unico fondamento della relazione.” (p. 27)

    Quando l’anteriorità e l’anzianità non sono più fonte di autorità (ciò non assicura più la trasmissione culturale, che anzi è in gran parte via web), c’é la difficoltà dei giovani a far proprio il principio di realtà (unico idolo offerto dalla società neoliberista è l’economicismo): l’adolescenza si è allungata, per lo stesso motivo per cui è entrata in crisi la coppia autorità-anteriorità. L’appartenenza alla società non è vista come una responsabilità, non c’è il desiderio di agire per il benessere e lo sviluppo della comunità; la crisi personale incrocia quella della società, che non è più in grado di offrire ai giovani quel contesto protettivo e strutturante che questo delicato periodo esige.

    Non saprei quantificare la responsabilità del web in tutto ciò.

  5. @Paolo @Matteo Grazie, credo che abbiate centrato il punto e che il tutto si riassuma in una grande confusione riguardo identità e autorità e conseguente incorporare di valori.
    Il problema più grande a mio avviso è questo crescente individualismo, per identità deboli e non ancora formate che si sviluppano in costesti di solitudini e moltitudini mediali. Mi chiedo sinceramente chi saranno i nativi digitali il giorno in cui diventeranno adulti e temo non ci rimanga che attendere per scoprirlo.

  6. Roberta says:

    le domande che si fa diana mi sembrano molto importanti, riguardano il significato e lo stato di salute,in fondo, dei nativi digitali.
    non mi preoccuperai tanto del problema dell’autorità, quanto appunto del modo diverso con cui, auguro loro, costruiranno un mondo sensato in cui vivere, e il modo in cui riusciranno o meno a mettere in sintonia emozioni e pensieri, e azioni sul mondo.