Nativi Digitali: la memoria e l’attesa
Mi sto ultimamente interessando a una serie di osservazioni sui comportamenti da nativi digitali in contrasto con quelli da migranti digitali.
In particolare a quelli che sono gli influssi della cybercultura nella fase di crescita e costruzione dell’identità.
Se penso a come noi migranti digitali ci siamo costruiti un immaginario personale non posso che pensare alla lettura e alla conoscenza del mondo circostante per semplici categorizzazioni. Il capitale personale dunque era costituito dalla conoscenza, e in particolare dalla conoscenza indirizzata. Penso a identità che ne replicano di precedenti, e a un trascorrere del tempo che lascia poi non troppe tracce. Se penso ai nativi digitali invece, essi pubblicano la loro identità prima ancora di averne definizioni più o meno precise. Prevalentemente, pubblicano e generano un elevatissimo numero di conversazioni. La socializzano, sui blog e i social network, si esprimono in maniera trasversale e capitalizzano la propria pubblica reputazione.
In tutto questo mi interessa la questione della conservazione della memoria. Parlo di memorie familiari e regole sociali, di lenti passaggi tra generazioni. Di costruzioni identitarie piuttosto simili e stabili, e penso invece alle identità fluide e contingenti di oggi. Cosa succede nell’affermazione del sè quando il sè si scopre così mutevole e soggetto a cambiamenti rapidissimi? Quando si genera una memoria mediale ricchissima, quotidianamente aggiornata, di tracce lasciate da noi e pubblicate e taggate da altri? Cosa succede al senso di identità costantemente sottoposto a mediazioni e rinegoziazioni? E soprattutto mi interessa indagare quali caratteristiche avranno le identità da nativi digitali oltre alla loro incredibile attitudine globale?

La cosa che più mi preoccupa, soprattutto per questa generazione di passaggio, è che i ragazzini non percepiscano più l’autorità dei loro educatori. Perchè spesso ne sanno molto meno di loro quando si parla di nuove tecnologie.
Se cominciano a sentirsi superiori è finita.
Questo è un altro punto interessante. Mi sembra che nonostante si inizi a parlare di questo anche a scuola e nelle università i ragazzi si mostrino tutt’altro che interessati, anche nei corsi da loro scelti.
Mi sembra preoccupante questo fare e non volerne parlare.
salve,
personalmeente credo che uno dei problemi maggiori oggi sia proprio il concetto di autorità…
i nativi digitali sono tali proprio perchè crescono in un mondo mediatico completamente avverso all’autorità (il web) mentre a casa a scuola ed in genere nel rapporto con gli adulti trovano solo ed esclusivamente una richiesta di rispetto dell’autorità…
è inutile parlare di web ai ragazzi con gli strumenti obsoleti e fallimentari della scuola e dell’università italiana, in qeto caso sono d’accordo bisognerebbe mettere sulla cattedra gli alunni e non gli insegnanti…
secondo me i ragazzi non cominciano a sentirsi superiori, semplicemente cominciano ad averne coscienza…
Non so quanto il web sia anarchico. C’è una dimensione di controllo da non trascurare. In ogni caso mi ha molto colpito la riflessione di Benasayag e Schmidt, quando dicono che nella società moderna si verifica una perdita di valore dell’autorità e allo stesso tempo un aumento dell’autoritarismo, perché nei rapporti simmetrici si fa fatica a capire in nome di cosa o di chi si possa accettare l’autorità:
“Paradossalmente, alla crisi del principio di autorità non corrisponde affatto una messa in discussione dell’autoritarismo. Anzi, proprio questa crisi apre la strada a varie forme di autoritarismo. Una società in cui i meccanismi di autorità sono indeboliti, lungi dall’inaugurare un’epoca di libertà, entra in un periodo di arbitrarietà e di confusione.” (pp. 26-27)
“Con l’autoritarismo colui che rappresenta l’autorità si impone all’altro grazie alla sua forza, che è l’unica garanzia e l’unico fondamento della relazione.” (p. 27)
Quando l’anteriorità e l’anzianità non sono più fonte di autorità (ciò non assicura più la trasmissione culturale, che anzi è in gran parte via web), c’é la difficoltà dei giovani a far proprio il principio di realtà (unico idolo offerto dalla società neoliberista è l’economicismo): l’adolescenza si è allungata, per lo stesso motivo per cui è entrata in crisi la coppia autorità-anteriorità. L’appartenenza alla società non è vista come una responsabilità, non c’è il desiderio di agire per il benessere e lo sviluppo della comunità; la crisi personale incrocia quella della società, che non è più in grado di offrire ai giovani quel contesto protettivo e strutturante che questo delicato periodo esige.
Non saprei quantificare la responsabilità del web in tutto ciò.
@Paolo @Matteo Grazie, credo che abbiate centrato il punto e che il tutto si riassuma in una grande confusione riguardo identità e autorità e conseguente incorporare di valori.
Il problema più grande a mio avviso è questo crescente individualismo, per identità deboli e non ancora formate che si sviluppano in costesti di solitudini e moltitudini mediali. Mi chiedo sinceramente chi saranno i nativi digitali il giorno in cui diventeranno adulti e temo non ci rimanga che attendere per scoprirlo.
le domande che si fa diana mi sembrano molto importanti, riguardano il significato e lo stato di salute,in fondo, dei nativi digitali.
non mi preoccuperai tanto del problema dell’autorità, quanto appunto del modo diverso con cui, auguro loro, costruiranno un mondo sensato in cui vivere, e il modo in cui riusciranno o meno a mettere in sintonia emozioni e pensieri, e azioni sul mondo.