Vivere la vita degli altri

Lifestreaming

E’ da un pò di tempo che volevo parlare di lifestreaming, uno degli ultimi fenomeni, un pò voyeuristici, della rete. Traducendo da Wordspy: “Un lifestream è una registrazione online delle attività quotidiane di una persona, tramite un feed video diretto o aggregando tutti i contenuti creati dalla persona via post, update nei social network, foto” ed aggiungerei ormai tweet (Twitter.com) messaggi in Jaiku e Pownce, aggiornamenti via Facebook, propositi di spostamenti tramite Dopplr o Socialight, pensieri ed illuminazione via Tumblr,cambiamenti di posizione condivisi e geolocalizzati via FireEagle (progetto di Yahoo veramente interessante che vi consiglio di tenere d’occhio) o una raccolta sempre aggiornata dei suddetti tramite FriendFeed. Ovviamente la lista potrebbe essere praticamente infinita e comunque in continua evoluzione mentre nascono nuovi servizi e cambiano gusto ed attenzione degli utenti.

Che sia giusto o meno, le applicazioni sociali di lifestreaming forniscono una cronaca anche molto puntuale delle esperienze quotidiane vissute da milioni di utenti. In tempo reale sai chi sta viaggiando, chi è ad una conferenza, chi incontra un cliente o scopre un nuovo servizio, ma anche chi è in bagno, ha sonno, ucciderebbe la compagnia aerea (ammetto di rientrare spesso in questa categoria) o va a prendere una boccata d’aria. Seguendo centinaia di contatti, in decine di servizi diversi, si ha a volte una sensazione di accerchiamento, information overload e scarsa rilevanza di ciò che leggiamo.

La prima domanda, forse spontanea è: perchè sentiamo il bisogno di condividere tutto quello che stiamo facendo? Dobbiamo ammettere che, almeno in parte, si tratti di un bisogno di mostarsi ed essere riconosciuti (vedi Grande Fratello). Avere qualcuno che ti scrive chiedendoti “veramente sei andato alla conferenza di San Francisco?” o “sul serio hai lanciato una nuova startup a Timbuktu?” ci fa sentire forse un pizzico più importanti. Una componente, forse più importante è la necessità di connessione sociale, ovvero trovare altre persone con cui condividiamo gusti ed esperienze e con cui entrare in contatto tramite un meccanismo di serendipity un pò aiutata. Il tutto con una immediatezza, semplicità, frequenza ed inclusività sconcertanti.

Cosa dire sulla privacy? Abbiamo tutti il terrore che le nostre preziosissime informazioni siano date in pasto a spammers, sconosciuti, aziende, etc quando poi noi stessi siamo sempre più disposti a renderle accessibili in mondovisione, sui motori di ricerca ed i servizi web di tutto il mondo. Con l’avvento di oggetti coscienti della propria posizione e del contesto in cui esistono, come con la diffusione di dispositivi costantemente connessi in rete (sia essa fatta di router, celle radiotelefoniche, sistemi di navigazione satellitare), la nostra presenza ed attività saranno sempre più costantemente condivise in modi difficili da controllare.

Nonostante questo, la disintermediazione, l’appiattimento delle relazioni, la bidirezionalità a cui il web 2.0 ci sta abituando rappresentano anche grandi opportunità. Pensate alla possibilità di usare meccanismi di enterprise twittering. Un mio collega presso il cliente potrebbe lanciare in rete alcune informazioni relative alla riunione in corso e tramite quelle informazioni (che altrimenti mi sarebbe impossibile trovare) potrei domani o fra un mese conquistare un nuovo cliente, semplificare il mio lavoro, scovare spazi per nuovi prodotti, etc. Esistono poi scenari sociali: se in caso di emergenza avessi la possibilità di inviare automaticamente una richiesta di aiuto ai miei contatti (magari tramite un servizio di geolocalizzazione), probabilmente uno di loro riuscirebbe a raggiungermi prima degli stessi servizi di soccorso. Senza parlare dei potenziali risvolti di marketing.

Ciò di cui sono certo è invece il forte cambiamento nella visibilità e tempestività che oggi abbiamo sulle vite dei nostri simili, contro ogni chiusura alla libertà di espressione o sistema di controllo e coercizione. Questa facilità di comunicazione, aldilà dei tristi tentativi di demonizzazione, sta entrando profondamente nel modo di essere dei giovani, cambiando concetti basilari come identità, privacy, sicurezza, libertà.

Resta da capire se il futuro che ci aspetta, sarà un mondo più democratico o semplicemente più facile da controllare..

  1. Gian says:

    Iteressante riflessione. Diventa sempre più importante chiederci perché sentiamo un bisogno, non ben esplicitato, di usare certe applicazioni. Mettendo un attimo da parte chi le usa in modo razionale, mirato, ecc. c’è poi una massa enorme di uso “compulsivo” che di queste app.

  2. Antonio LdF says:

    A me un giorno qualcuno mi disse che Twitter era finanziato dai servizi segreti per controllarci tutti..

    Riguardo le questioni filosifiche siccome poi divento pesante, noioso e rissoso, magari evitiamo! :-P

  3. emanuele says:

    Ciao Gianandrea,
    si sono convinto che il web 2.0 insegni come il successo di un’applicazione sociale sia dovuto non solamente alla sua utilità ed usabilità, ma molto alla sua stickiness, all’attrarre l’attenzione reiterata degli utenti quasi in modo ossessivo. Credo che questo valga per esempio per Twitter. Le tre dimensioni (utilità, usabilità, stickiness) credo anzi si mischino. Più il servizio è semplice, più è facile che diventi sticky (pensa alle coperte protettive con i bottoncini d’aria ed al piacere di farle scoppiare). Probabilmente il dosaggio dovrebbe cambiare lungo la curva di adozione ed utilizzo del servizio: dopo un pò di tempo, passata la moda, se il servizio non è utile, gli utenti migrano inesorabilmente altrove.

  4. emanuele says:

    Antonio,
    non credo sia finanziato dai servizi segreti, ma sono convinto che sia un ottimo modo (ed ormai uno dei tanti) per tracciare la vita delle persone. C’è sicuramente da rifletterci, almeno quanto si da per scontato che riportare le proprie bravate in Myspace e Facebook possa precludere posizioni di lavoro anche a distanza di anni.

  5. Francesco says:

    Emanuele basta portare un banale esempio in USA non ci sono troppe barriere per fare una social network analysis (SNA)all’interno delle aziende, semplicemente tramite questionari o addirittura tramite una mappatura delle email su consenso all’interno dell’azienda si riesce ad avere una “rete” abbastanza fitta delle relazioni.
    In Italia questo è infattibile, è infattibile addirittura fare una SNA con questionari anonimi perché esistono problematiche con i sindacati, con la legge sulla privacy e con la diffidenza da parte dei lavoratori. Peccato che poi basta diffondere Twitter o Facebook e con semplici API la SNA è bella che fatta. ;)

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  7. Emanuele says:

    Ciao Francesco,
    in realtà quello che dici non è esatto: ho condotto personalmente diverse SNA/ONA su clienti italiani da molte decine di milioni di euro. Le aziende stanno guardando con sempre più interesse al mondo dell’informal perchè capiscono come questo giochi un ruolo importante nel risultato. Credo che il fatto che in Italia non si possa fare nulla sia un mito. Con un pò più di difficoltà, ma anche qui è possibile fare cose interessanti.

  8. Francesco says:

    Ho visto SNA fatte in USA con nome e cognome di tutti i dipendenti e la trama delle loro connessioni svolte tramite la mappatura delle chiamate in VOIP.
    Stessa ricerca portata in Italia nella più grossa società energetica/petrolifera è morta perché la mappatura delle chiamate con nome e cognome violava le regole basilari della privacy stabilite dal Garante. Avere le singole autorizzazioni di tutti i lavoratori, in una realtà dove solo in Italia ci sono più di 30.000 dipendenti, era infattibile e come ben sai, se nella rete creata dalla SNA manca anche solo un “nodo” l’analisi non ha senso.
    L’utilità percepita da parte dei lavoratori in uno studio del genere è molto scarsa, mentre per la maggior parte delle volte questa viene sentita solo dal top management come moda manageriale del momento.
    Da ridere quando una Private Bank ha richiesto una SNA e ha promosso un percorso informale nonostante nelle risorse umane abbia percorsi piramidali nelle carriere e dove il tasso di condivisione della conoscenza è sottozero.

    Analisi fatte in Italia svolte in maniera “anonima” e senza mappare mail o chiamate, ma semplicemente scrivendo su un questionario i maggiori contatti che si trattengono in azienda,a mio parere queste sono mappature “apparentemente” reali, ma servono ben poco se non a concludere un progetto.

    Le differenze in ambito privacy tra Italia e USA sono abissali, basta anche sono guardare il settore sanitario. Questo non significa che non si può fare nulla ma si devono accettare grossi compromessi che impattano pesantemente sulla bontà della ricerca.

    Scusate per l’OT.

  9. Emanuele says:

    Io parlo di analisi con nomi e cognomi fatte in grandi aziende italiane con un chiaro coinvolgimento dei dipendenti (non solo del management). Probabilmente abbiamo esperienze diverse, ma, a mio avviso, fare una SNA non significa solamente capire come si misura la betweenness, ma anche saper lavorare e dare energia alle persone.

    Per non andare troppo fuori tema, possiamo continuare questa chiacchierata via skype o sul mio blog The Social Enterprise.

  10. Smash says:

    Solo un appunto anzi un riscontro che torna a monte del tuo post…ma secondo te http://www.mybloglog.com/ dove si posiziona?

  11. Emanuele says:

    Ciao Smash,
    non considero MyBlogLog un sistema di lifestreaming o di social networking in senso stretto. Lo vedo molto più vicino ad un sistema di statistiche o un aggregatore automatico di community basate su contenuti condivisi. Manca però in gran parte la partecipazione attiva ed esplicita degli utenti. Interessante ricordare come, nonostante queste considerazioni, il servizio sia stato comunque comprato da Yahoo.