Teoria della tazza e design culturale
La settimana scorsa ho fatto da rappresentante degli Sketchini in terra portoghese, andando a sentire cosa si raccontava a Shift 2008. Due giorni di conferenza in lingua inglese più uno dedicato ai workshop, questo evento ha attratto a Lisbona persone provenienti da diversi paesi europei (più qualcuno dagli Stati Uniti).
Ora, non vorrei spendere troppe parole su Lisbona (se non ci siete mai stati, è da vedere), sul cibo (ottime mangiate di pesce a prezzi super contenuti!) o sulla location (che incanto…), ma passare direttamente a una tra le sessioni che ho seguito durante i due giorni di conferenza.
Prendiamo lo speech di Delphine Ménard, tenutosi tra pochi intimi in un clima di assoluta comprensione. Delphine si è presentata, ha detto di essere francese, ma di vivere in Germania, ma di essere stata a lungo negli Stati Uniti. Alla domanda “di dove sei?” alcune persone si sono guardate tra loro rimanendo interdette, che significa di dove sono? Dove sono nata? Dove vivo? Di quale nazione o città sento di far parte? E’ esattamente il tipo di domanda che mi lascia interdetta. A quanto pare, molti in quella sala erano nella stessa situazione.
Il discorso si è poi spostato sull’uso delle parole, Delphine ha preso come esempio la sua teoria della tazza, “bowl” in inglese, che a seconda del contesto culturale usiamo in modo differente. Per esempio, la traduzione francese, “bol”, prevede che vi sia messa, ad esempio, cioccolato, mentre un tedesco riderebbe di questo abbinamento perché nella “Schale” mette solo zuppa.
Di per sé l’argomento è simpatico e scatena curiosità linguistiche (tutti in sala annuivano e commentavano ogni parola), ma se trasferiamo questo tipo di discorso al design e ai contenuti di un sito web la faccenda diventa molto seria. Quando si progetta un sito è necessario tenere ben presenti le regole del bacino culturale di riferimento, mentre la mera traduzione linguistica tra culture molto diverse può portare al risultato della tazza di cui sopra. Il significato delle forme, dei colori, dei contenuti, dello stile sono diversi e devono essere riadattati mano a mano alle culture in cui vengono inseriti. Se da questo si passa alle persone, quindi alle community, l’importanza della gestione locale aumenta, fino a diventare indispensabile per cogliere le sfumature.
Ma se lo dovessimo fare lo stesso senza avere a disposizione le risorse necessarie? Alla richiesta di suggerimenti per come fare questa traduzione avendo a disposizione pochissime basi culturali, la parola d’ordine è stata minimalismo. Conviene dunque progettare l’essenziale e attendere che la community ci guidi all’inserimento contestuale del sito attraverso i feedback.
A voi è capitato di avere a che fare con problemi legati alla multiculturalità? E di dove siete?

A Simon Wagstaff è capitato, quando aveva bisognao di andarsene con un’astronave trovata per caso…
“Esaminò gli strumenti nella cabina di comando. Aveva sentito dire che anche un idiota sarebbe stato in grado di regolare la rotta di un’astronave. Tuttavia, in quel caso, avrebbe dovuto essere un idiota cinese.
Ma, se a bordo esisteva un libro da cui poter imparare il cinese, sarebbe arrivato a capire in che modo pilotare quell’apparecchio computerizzato.”
[Philip J. Farmer, "Venere sulla conchiglia"]
mia nonna aveva solo la licenza elementare ma parlava e scriveva in quattro lingue: friulano (ladino) italiano sloveno e tedesco carinziano.
io al massimo uso l’italiano.
abito in provincia di Udine, mia nonna, nata nel 1904, in fondo aveva più “cultura” di me, di formazione universitaria
Daneel, di come sapere la lingua giusta alle volte può fare la differenza
Clà, ogni volta che scopro queste cose viene da chiedersi quale delle due generazioni sia preferibile…