Microblogging: scarti di comunicazione da fissare (in modo custom)
Continueremo un’altra volta a dilungarci sul microblogging come forma di blog o meno o se questo fenomeno crea solo un (fantastico) rumore di fondo. Se ci costringe ad interrogarci sugli esiti (a volte imbarazzanti) di lifestreaming e/o se tutto questo viene rimaneggiato in salsa marketing e/o pseudo business con vezzose forme di newsletter informali molto 2.0.
Dice: oggi vorrebbe riflettere sull’approccio linguistico. Sul cambiamento della comunicazione dato uno spazio limitato entro cui esprimersi.
Ecco una tipica frase da twitter (ma poteva anche starci: si alza e va in bagno) l’approccio (e il contenuto) è quello, ovvero quello dello slogan: dal concetto ricercato all’informazione di servizio, il tutto in 140 caratteri.
(anche questa poteva essere una frase alla twitter).
Partiamo da Cicerone come chiave di lettura, ancora una volta non si può non dire che aveva già capito tutto: le costrizioni fisiche influenzano la lunghezza e la forma del discorso orale. Che dire di più?
Aggiungiamo poi l’obbligo dell’esprimersi in terza persona in quanto agli occhi degli utenti-lettori il profilo comunica what is he/she doing visto che a sua volta l’utente-scrittore ha inserito testo rispondendo alla domanda what are you doing (però in teoria si può scrivere anche al presente se rispondo alla domanda in prima persona posta sul “now”…). Inoltre non c’è l’utilizzo (perlomeno limitato) di forme che accorciano le parole (insomma niente cmq, ke, t kiamo, a dp) o la scrittura tutta ad un fiato per non perdere spazi tipica dell’SMS (viricordateimessaggiscritticosìovverotuttiattaccatiCheSonoDifficilissimiDaLeggere), ma bensì un nuovo approccio linguistico, al di là dei contenuti, che spazia fino ad intenti poetici.
Ebbene miei cari, twitter è croce e delizia per aspiranti copywriter che lo vogliate o meno. Oltre che ad essere terreno fertile per psicologi, se scorri l’archivio dei twit o twittate (un giorno il De Mauro inserirà questo termine e ci dirà la giusta definizione) si può “capire” un po’ di più l’altro/a. Insomma caro Piero temo che prima o poi ti ispirerai a twitter per le tue personas. Potrebbe essere un buon terreno anche per il mercato delle indagini sulle tendenze della popolazione (online). Che polaroid ne salterebbe fuori? (gli approcci di studio sono veramente molteplici e tutt’altro che banali. Se qualcuno sta “analizzando” il fenomeno, tesi/tesine possiamo confrontarci).
Mesi fa si parlava con Luca del modello a piattaforma: realizzi un servizio con funzionalità basic e lasci che sia l’utente ad utilizzarlo come vuole per poi verticalizzare l’offerta in base alle nicchie che si sono formate (ecco l’approccio twitter). A questo pensiero aggiungo come proprio sulle applicazioni web sociali l’importanza dell’approccio comunicativo non sia un punto da sottovalutare nelle fasi di progettazione. Gli approcci comunicativi veicolati dagli spazi web influenzano la navigazione (e la partecipazione) e viceversa.
Stiamo parlando del valore degli “scarti di comunicazione” (come ha ben scritto palmasco nel suo post dedicato al glorioso e mitico foogacamp). Scarti di comunicazione a cui aggiungo: che vuoi comunque fissare… come un foglietto con la lista della spesa appeso al frigorifero – ovvero la stupidaggine utile per te; la foto del tuo adorato cane, ovvero un ricordo che ha valore per te; un pezzo di articolo che ti ha fatto impazzire, ovvero un link che ha valore per te ma che sicuramente divulgherai; il messaggino “ciao esco a dopo”, ovvero l’info inutile per tutti: non dici dove vai, se non ci sei è ovvio che sei uscito, il dopo non è un orario, torni o mi telefoni?, il saluto è relativo, non comunichi nulla rispetto al dato di fatto… il tutto come in twitter!

Potrebbe interessare?
http://www.mactutorials.it/site/2008/04/21/geert-lovink-2008-e-14/
decisamente sì caro @gio (grazie!)
affinchè non ci sia l’apoteosi del pressapochismo “riassumere un pò tutto in poche righe e in modo vago”.
“Invece di celebrare il dilettante dovremmo sviluppare una cultura di Internet che aiuti i dilettanti (che spesso sono giovani) a diventare professionisti, cosa che non accade se predichiamo loro che l’unica scelta che hanno è sbarcare il lunario durante il giorno con un McJob in modo da poter celebrare la loro “libertà” durante le lunghe ore notturne passate sulla rete…”