Il futuro della User experience

Alcune tendenze sul futuro della user experience: tra questioni etnografiche, vantaggi competitivi e investimenti.

L’altro giorno leggevo questo articolo che mi ha segnalato Luca  che contiene diversi spunti di riflessione interessanti sul futuro della user experience.

L’autore fa una riflessione di tipo etnografico: la user experience non è più solo una questione “occidentale” intesa come una disciplina che incide quasi esclusivamente sul primo mondo, ora anche larghe fasce della popolazione africana, indiana e dell’estremo oriente possono accedere facilmente a strumenti digitali e necessitano di un design specifico per le caratteristiche culturali degli utenti. Questo metterà gli esperti a confronto con alcune sfide culturali e penso sarà interessante osservare come verranno risolti i problemi.

Ma, al di là dei risvolti sociologici della questione, l’articolo evidenzia ancora un paio di punti interessanti e congruenti con le riflessioni che facciamo in Sketchin, in particolare sottolinea come la User experience stia diventando sempre di più una parte importante nel design di un prodotto o di un servizio digitale, tanto che tra 5 anni potrebbe segnare un evidente vantaggio competitivo. In altre parole: il mercato tende a premiare quei prodotti e servizi che, a parità di costo, offrono una migliore esperienza d’uso
Alcuni prodromi di questa tendenza sono già visibili, per esempio se si fa un confronto tra la prima UI di Windows 8,  Lion e iOS 5

Potremmo spingere la riflessione un poco più oltre fino a dire che una buona user experience, in un futuro non troppo lontano, segnerà una sorta di soglia d’ingresso al mercato: ossia prodotti e servizi che offrono un’esperienza d’uso deludente non saranno nemmeno commercializzati.

La visione che si intravvede è che gli investimenti nella user experience, nel prossimo futuro, sono quindi più vantaggiosi in termini di ritorno di investimento rispetto ad investimenti nella promozione e nella comunicazione classica di un prodotto o di un servizio digitale.

  1. Diana Malerba says:

    D’accordo su tutto, ma non ci sono dati per dire che il ROI della UX sara’ piu’ alto di quello della comunicazione e promozione.

    • Luca Mascaro says:

      Essendo una visione futura non ci possono ancora essere ancora dati, ma questo giudizio da parte di una vasta parte del mondo anglosassone deriva più che altro dai dati odierni di opportunità di crescita del ROI per attività che sulla parte di comunicazione pubblicitaria tradizionale in un mercato competitivo come quello Statunitense da ancora limitati spazi di crescita alle grandi aziende mentre proprio nell’ultimo studio di eConsultancy si indicava come in quel mercato una pessima UX fa perdere 50 miliardi di dollari di fatturato alle stesse aziende.

      Il tema oramai è molto legato al potenziale di crescita prospettico.

  2. Resta un problema (?) di fondo ancora irrisolto (ne avevamo parlato anche in qualche x-camp lì in Sketchin). 
    Ovvero: nel tuo discorso evidentemente stiamo parlando di prodotti/servizi globali, quindi anche con budget di sviluppo/progettazione proporzionati al tipo di investimento. Per tutti quei progetti piccoli o medio-piccoli invece non è così ovvio che una buona UX sia per forza un vantaggio competitivo, proprio per  il fatto che su questi tipi di progetti le risorse (in giorni/uomo, se vuoi farla semplice) che si possono dedicare alle attività inerenti tutta la sfera della UX (dalla UI al design grafico e d’interazione, dalla architettura delle informazioni alla ricerche etnografiche, dai test con gli utenti pre-progettazione a quelli post-produzione, ecc.) sono MOLTO limitate.
    Ovvero: esiste una “dose minima” di UX sotto la quale la buona UX stessa non è percepita? Due (2!!) giorni uomo dedicati alla UX su 10/20 giorni di sviluppo danno davvero un vantaggio competitivo? E 5 giorni su 50 totali?
    Cercando in rete ho trovato questo, partendo dal concetto di “minimum viable product”:
    http://37signals.com/svn/posts/2963-what-happens-to-user-experience-in-a-minimum-viable-product
    ecco, l’interpretazione di 37signals è che non dovrebbero esserci differenze anche per i MVP, ma secondo me manca un dato alla loro analisi, ovvero il tempo/uomo (leggi: capacità di riempire il volume complessivo della figura geometrica): se il tempo è “poco”, allora la dimensione verticale sarà sottilissima, impercettibile.

    • Luca Mascaro says:

      Cristiano questo è il tallone dolente che tra l’altro viene compreso anche nel concetto di “minimum viable product” che tra le righe stà ad indicare “minumum viable budget”. Purtroppo la visione americana è molto negativa sui progetti troppo piccoli che sono giudicati inefficaci se non raggiungono un livello di qualità minimo (se non mi ricordo male all’ultimo camp eravamo arrivati alla stessa conclusione che sotto un certo investimento in UX per i prodotti “sul mercato” si rischia il fallimento del prodotto).

      Personalmente non credo che questa sia una regola assoluta e anzi ritengo che in molti casi anche la giornata a “tirar dritto” un progetto rendendolo coerente e consistente porti comunque un miglioramento, ma sono d’accordo sul punto che questo può voler dire uso ma non successo sul mercato.