Essere visual designer

Poliedro

Sguardi che si perdono nel vuoto o ancora peggio di sufficienza… essere visual designer è estremamente difficile (come se già il fatto di essere donna non lo fosse abbastanza)…
Solo per spiegare a mia mamma quale lavoro io faccia ho dovuto impiegare diversi colloqui e secondo me non le è ancora proprio chiaro dato che ogni volta che legge un articolo di repubblica su qualche strano concorso di yacht design corre a telefonarmi dicendo: “Ali… ma questo è quello che fai te giusto?”
” mmm… mamma non proprio” rispondo io.
Direte voi: “E’ banale da spiegare, dilla all’italiana: Fai la grafica”
No, la grafica è solo una piccola parte di un enorme ecosistema.

Visual design non è solo fare grafica, non è solo fare gli artisti, non è solo mettere insieme colori e forme, non è solo creatività. Cosa che avevo spiegato in un post precedente.

Visual design è lo sviluppare materiali visuali atti a creare un’esperienza, il comunicare messaggi in maniera efficace. E’ la parte del disegno industriale che progetta un determinato tipo di prodotti: i prodotti grafico/multimediali.

Tipografia, grafica (editoriale, stampata e web), video editing, fotografia, illustrazione, colore, icon design, infovis, prototipazione, pubblicità, copywriting, immagine coordinata, eventi… sono mille facce della stessa medaglia.
Il Visual design è una disciplina estremamente complessa, comprensiva di molti aspetti differenti. Il designer deve sapersi destreggiare in ognuno di questi singoli campi e conciliarli con il mondo della funzionalità e della creatività.

Fare il visual designer non consiste nel fare lo stilista, nel mettere un po’ di quello o un po’ dell’altro e per citare un mio collega universitario (Simone Fanciullacci) “mettere 2 adesivi qua e là”; significa essere progettista.
Come ogni progettista essere guidato da un metodo, da paletti progettuali e dalla propria creatività (che diviene creatività funzionale) per realizzare un prodotto e non un’opera d’arte.

Il visual è quindi un macrocosmo, degno di qualsiasi altra branca del design, in cui trovano posto moltissime attività tecniche e teoriche. Tali attività vivono in maniera parallela o si fondono, hanno un loro tono di voce, parlano ed esprimono, creano sinestesie e “ambienti” imersivi, esperienze ed emozioni.

Ecco mamma, tutto questo è il mio lavoro.
Spero che le nebbie del dubbio si siano diradate e si sia fatto spazio un briciolino di sole.

  1. Smash says:

    ed è solo l’inizio :D perchè il visual designer vede oltre dove gli altri non vedono…o almeno ci prova…

  2. Alice says:

    Si questo volendo è solo l’inizio… e la gestione di tale complessità non è sempre facile, l’importante è almeno provarci :D
    D’altronde non basta guardare con gli occhi ;)

  3. dafne says:

    Grazie Ali per aver semplificato la visione… così anche mia mamma capirà dato che sono anni che cerco di spiegarle… heheh

  4. claudia says:

    Simone impagina a tabelle ma che belle sono le sue illustrazioni! e che bello che citi Munari, che 20 anni fa mi ha portata per mano nelle prima salite alla progettazione.
    ma davvero si trova lavoro come visual designer? ;-) .
    bel post, complimenti.

  5. Alice says:

    Grazie mille…

    Bhe Munari è il papà di tutti i progettisti, chi non ha letto da “cosa nasce cosa”, “arte come mestiere”, “good design”, “fantasia”, e via dicendo…
    Per quanto riguarda Simone direi che fortunatamente fa benissimo il suo mestiere e cioè quello di industrial designer altrimenti non so quanto futuro avrebbe nel mondo del visual ;)

  6. Ciba* says:

    Non sono solo.

    Non sono solo e sono molto felice di poter leggere ogni tanto descrizioni così sentite sul visual.

    A mio parere il problema è al solito più ampio, perchè alla mamma volente o nolente alla fine riesci anche a trovare il tempo di spiegarlielo, magari in mille modi, anche usando dei post su internet per l’appunto ☺, ma ciò che mi sconvolge veramente non è l’innocente ignoranza di mia madre, piuttosto l’ignoranza strafottente e spudorata di moltissime figure che ruotano attorno al panorama cultura e comunicazione in italia.

    Questa professione, mestiere o arte qualsivoglia definirla, in realtà non è solo degna del suo macrocosmo, ma di fatti è l’unica disciplina che può essere indicata come “completa” in quanto “contiene moltitudini”, in quanto è eclettica di natura, per cui esserne designer significa prima di tutto approfondire attraverso le teorie e le tecniche di ogni linguaggio creativo, e poi con questo bel bagaglio culturale creare il progetto “globale” per cui,una campagna di comunicazione integrata, piuttosto che la linea coordinata di complementi d’arredo o l’overture di una kermesse di moda trovino una sintesi di concetto scaturita dal mix più o meno bilanciato di linguaggi creativi usati per parlare direttamente al fruitore; in questi e in tutti gli altri progetti che “dovrebbe” seguire un visual designer vi è la padronanza dei linguaggi e la genialità delle mescolanze.

    Mi piace pensare al V. Designer come ad un direttore di orchestra che conosce alla perfezione tutti gli strumenti, e che con il suo occhio moderi e diriga la sinfonia visuale

    A volte l’eclettismo sembra significare qualunquismo, ma questo è vero solo per chi conosce una parte qualunque di una cosa qualunque.

    Grazie Alice.

    Ciba*

  7. Ciao Alice.

    Interessante il tuo post.

    Quando indichi che l’infovis sia “una faccia di una stessa medaglia” con il Visual Design, ritengo ci sia una imprecisione.

    Infatti Infovis non è la sola pratica di rappresentare,
    ma anche quella di progettare l’interazione e, cosa non banale, analizzare i dati e, spesso, strutturali in forme adeguate.

    E, purtroppo, queste competenze spesso non sono proprie del solo VisualDesigner.

    Ciao,

    d.

  8. Alice says:

    @Daniele Galiffa

    Ti ringrazio per la precisazione ma credo che sia stato perlopiù un fraintendimento

    Per quanto riguarda il visual design, come ho spiegato più volte nei vari post che ho scritto su tale argomento, ritengo che non possa e non debba essere considerato come la sola grafica.

    Il VD è qualcosa di più complesso… Il V. designer non deve essere un artista! Il V. designer non deve essere un autoreferenziale!
    Il V. designer è un progettista.

    Il V designer non lavora da solo, ma lavora in gruppo, in team multidisciplinari.

    Sono sostenitrice del lavoro in team e credo che ogni proffessionista che si possa ritenere tale, debba avere oltre alla conoscenza specialistica e verticale del suo campo, delle infarinature più orizzontali che indaghino i vari campi dell’analisi e della progettazione. Naturalmente si rimanda alla curiosità personale.

    Quando parlo di infovis così come quando parlo più in generale di pubblicità, copywriting ed altre discipline complesse, le racchiudo sotto l’unico cappello di Visual. Questo non significa che solo il V. designer lavori a queste attività/fasi progettuali, ma che esse entrino nella sfera di competenze di questo tipo di progettista.

    È chiaro che l’infovis non può essere frutto di una sola “specialità”, infatti ci sarà che si occuperà della raccolta dati, dell’analisi degli stessi ed infine chi li traduttà e rappresenterà.

    Per cui alla fine … mi sembra che la pensiamo allo stesso modo :D
    Quindi non faccio altro che ringraziarti di nuovo per avermi dato la possibilità di chiarire questo punto :)

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