Computer Mediated Life: dalla simulazione alla realtà
Mi rifaccio all’ultimo post di Alice per parlarvi di Computer Mediated Life. Mi interessa oggi riflettere un po’ su come i nuovi media, a partire dall’essere strumenti di mediazione della comunicazione, stiano sempre più trasformandoci in soggetti telepresenti e generando un elevato numero di nuove comunicazioni, diventando strumenti di creazione e diffusione delle new identities.
Se da una parte, infatti, c’è da chiedersi quali grammatiche della comunicazione tradizionale vengano così soppresse, dall’altra è interessante indagare quali canali e linguaggi vengono messi a disposizione degli utenti e quali spinte evolutive diano alle comunicazioni e relazioni.
Man mano che sempre più compiti sono assolvibili tramite computer, infatti, cosa succede nelle dinamiche comunicazionali?
Un’ottima risposta mi sembra quella fornita da Luca Chittaro, che evidenzia il paradosso per cui la comunicazione mediata dal computer genera conversazioni più surriscaldate da persone più calme – quindi vengono generate azioni teleoperate (di ogni genere) da parte di persone più distaccate. Più distaccate, ovvero?
Ovvero i singoli, che non hanno la reale percezione di quali siano le conseguenze di quello che stanno facendo. Questo avviene perchè utilizzano un’interfaccia, ed essendo abituati a farlo, non riescono ad effettuare una concreta separazione tra quanto avviene sul proprio schermo e quello che invece viene generato su schermi altrui.
Le conseguenze sono evidenti in una sovraesposizione dei singoli alla rete dei propri pari e nella questione della costruzione d’identità online e relativa mancata percezione di conseguenze.
Questo tema della percezione degli utenti mi interessa particolarmente. Basta infatti osservarne il comportamento su Facebook per accorgersi di come essi non abbiano la reale percezione di quanto vanno costruendo, nè tantomeno del fatto che tutto quanto è pubblicato in rete rimane nella rete ed è rintracciabile in qualunque momento, anche in un domani in cui potrebbe farci pentire di averlo pubblicato. Il problema diventa più grande con la partecipazione a questi sistemi da parte di bambini e adolescenti, che pubblicano foto e scrivono per divertimento, e non avendo coscienza del mezzo producono effetti che ancora non conosciamo e che domani non potranno più essere cancellati.
A loro rivolta infatti la campagna posta con la testa che vi invito a guardare e commentare…

Grazie per avere definito i miei discorsi un’ “ottima risposta”…
Potrebbe pero’ essere utile per i lettori linkare la risposta a cui fai riferimento che si trova qui per la computer-mediated communication:
http://lucachittaro.nova100.ilsole24ore.com/2008/11/e-mail-chat-im.html
e qui per la computer-mediated life:
http://lucachittaro.nova100.ilsole24ore.com/2009/01/la-nostra-vita.html
Oltre al fenomeno globale per cui le persone – inconsapevolmente o meno – rinunciano alla propria vita privata rendendola pubblica sui social network (che sono gli unici a guadagnarci), credo ci sia di più.
La madre che pubblica su facebook o su altri siti le foto del figlio appena nato, sceglie per lui di rinunciare alla privacy ancora prima che il figlio stesso sia in grado di capire cosa sia una fotografia.
Mi chiedo se questa non sia una violenza nei confronti delle future generazioni e in generale di tutti coloro a cui non è stato chiesto se volevano apparire.
Comunicazione mediata, quindi non meditata.
Forse molto dipende dal fatto che il computer è stato per decenni un semplice elaboratore di dati od ancor meno un deposito personale di dati. Da un lato un “calcolatore” al proprio servizio, dall’altro un database, anch’esso sotto il nostro controllo.
Le cose hanno cominciato a cambiare più che con internet o con il primo web, con la posta elettronica e successivamente, in maniera sempre più evidente, con il social web. Ora il computer è diventato un mediatore tra individui, che però non può fare molto se non le cose insite nella sua architettura e nella sua (attuale) programmazione.
Sempre più emerge la necessità di far nascere una “cultura di interazione”.
@Luca: grazie per i link, ho aggiunto il riferimento
@Alberto: come dici tu la questione è ben più ampia, ma dal punto di vista del genitore credo la domanda sia estendibile a tutte le scelte che i genitori fanno per i figli senza chiedere se sono d’accordo. temo che questo non sia che uno degli effetti del nostro tempo.
@Federico e Gian: ritengo sia il momento di coniugare cultura e comunicazione, la seconda senza la prima rischia di creare effetti collaterali imprecisati e imprecisabili. grazie
ciao a tutti
Condivido il commento di Federico.
Internet e tutto quello che si trova dentro a questo “vaso di pandora” sono strumenti di comunicazione così giovani che non abbiamo un’idea di quali ripercussioni avranno nella nostra vita.
Non parlo solo degli adolescenti, ma anche degli adulti.
L’approccio a questi nuovi media e soprattutto ai social web è ingenuo da parte di tutti, io per prima vengo presa dall’impeto della pubblicare, poi mi soffermo è faccio una cernita più ragionevole di quello che voglio far conoscere di me.
Ma tornando a noi mi trovo a fare un pensiero terra terra ….. non voglio sollevare un polverone e l’esempio che vi faccio è estremo:
mi allaccio al discorso di Alberto sulle foto dei figli… estremizzato, voglio di nuovo sottolineare.
Un genitore che in buona fede pubblica una serie di foto del proprio bimbo ripreso al mare ed in alcune di queste appare nudo,
non c’è niente di male in tutto ciò, ma andiamo oltre, queste foto si trovano all’interno di un circuito scelto dall’utente.
Mi viene un “terribile pensiero” che alcune di queste immagini potrebbero, dico e sottolineo potrebbero entrare per chissa quale vie… in circuito pedopornografico….
Ripeto lo so che è estremo ma potrebbe succedere.
Questo mi fa pensare che quello che manca è un’educazione all’uso dei nuovi media, lo spot, ne ho visto una versione alla televisione, dovrebbe essere indirizzato non solo ai giovani, ma anche agli adulti che come gli adolescenti utilizzano i nuovi media.
Attenzione non voglio demonizzare ne i social ne internet, ma “postiamo con testa” ragazzi.
E’ vero, Cinzia. E appunto una questione di educazione allo comunicazione ed alla conversazione digitale,educazione che gli adulti compiono da autodidatti perché non vi sono sufficienti anni di sedimentazione e di accumulo di esperienze e di studi. I ragazzi sperimentano da soli, ma dovrebbero ricevere qualche consiglio dai pochi adulti in grado di fornirne, se non altro perché gli adulti possono vantare esperienze più ad ampio raggio.
Purtroppo è possibile l’esempio che fai sulle foto dei bambini, ma in spiaggia può esserci comunque qualcuno che li fotografa di nascosto…
Hai ragione Federico sul fatto che in spiaggia chiunque li potrebbe fotografare, il mio è un esempio esaperato su quanto siamo ingenui nel pubblicare pezzi della nostra vita privata e come potrebbe essere manipolata da altri.
Il punto è, cito una parte del tuo commento “una questione di educazione allo comunicazione ed alla conversazione digitale”.
Il problema è che questa educazione alla comunicazione e conversazione non viene fornita a scuola, a lavoro o in altri luoghi.
Sono conoscenze che si acquisiscono solo per chi del campo, lavorando e utilizzando questi strumenti quotidianamente. Forse è in questo punto che bisognerebbe agire.
Concordo, la scuola dovrebbe essere la prima a proporsi inserendo nel programma o laboratori incontri con dei professionisti (non necessariamente deve essere una materia) che possono fornire gli strumenti e le informazioni corrette all’uso dei nuovi media.
Cmq è un’utopia visto il mondo della scuola
Ricordo in tema di foto di minori, la sentenza di condanna di un fotografo che aveva esposto, con l’ovvio consenso dei genitori, una foto di un neonato nudo nella sua vetrina.
che è in pratica il video toglie di mezzo la comunicazione non verbale. Credo che siamo in mezzo ad una fase con un salto comunicativo abbastanza veloce, per cui malformazioni, derive, ingenuità e pure veri e propri reati sono inevitabili quanto spesso agghiaccianti.
Credo che la maggior parte degli utenti magari definibili come “non smaliziati” non sappia che il trattamento delle immagini dei figli non è proprio così libera e a loro affidata.
Detto questo, il mezzo o medium che dir si voglia
per ora sono pessimista ma risolvo con un Nero d’Avola
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