Abbiamo lanciato i nuovi workshop sull'experience design

December 16, 2008

Addio, e grazie per tutto il pesce*

Pubblicato in: Sketchin life — da Francesca Cavecchia alle 09:00

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E’ in una giornata di pioggia che scrivo questo post. Sono più brava a chiedere scusa che a dire grazie, perciò vedrò di essere breve e indolore.

Come tutti già sapete, negli ultimi tempi ci sono stati alcuni cambiamenti in Sketchin.
Uno di questi cambiamenti mi vede ringraziare i colleghi, compagni e amici, con cui ho passato gli ultimi mesi e liberare la mia scrivania. La destinazione per ora è appena abbozzata, la posizione lavorativa anche.

Grazie a Luca e al team intero, che mi hanno fatto crescere molto nell’ultimo anno. E grazie a voi che, pazientemente, avete letto, commentato, riportato articoli, che mi avete fatto scoprire cose nuove e che mi avete sostenuta.

A presto,
Francesca

*(cit), Douglas Adams, So Long, and Thanks For All the Fish, (1984)

December 02, 2008

Natale, analisi e indagini etnografiche

Stamattina lavoravo sulla comunicazione natalizia. A un certo punto, pensando a processi e griglie, ho pensato a cosa poteva risultare incrociando attitudini di analisi e indagine etnografica, e ne è venuto fuori un gioco divertente.

Ho chiesto alle ragazze che erano in ufficio con me (Dafne, Diana, Leonora) di scrivere su un foglio bianco quante più parole o concetti riuscivano ad associare al Natale in un minuto. Dopodichè ho preso i loro fogli e il mio, ho raggruppato i concetti, ho fatto una scheda di ricorrenze e un posizionamento basato sugli assi festa/relax e emozioni private/condivisione pubblica. Il risultato è il posizionamento di quattro Sketchine rispetto al Natale (la quinta non potrà esimersi appena viene in ufficio, che non creda di essere scampata :P)

A parte i risultati in sè, che essendo molto personali preferisco tenere privati, la cosa che mi interessa di più è cosa fare di questo prezioso materiale, che dà indicazioni piuttosto precise sulla forma mentale e sullo stato d’animo delle persone.

Utilità pratiche

  • capire se esiste una linea condivisa da poter utilizzare a livello comunicativo
  • capire se lo stato d’animo delle persone è adatto o meno a un’iniziativa specifica
  • vedere se esistono elementi isolati, non presi in considerazione prima, che possono far nascere nuove idee
  • fare un parallelo con l’argomento che si sta affrontando, per capire se si stanno tralasciando elementi importanti per le persone

Questo è niente più di un giochino da un minuto, ma con una buona osservazione si possono ricavare informazioni importanti. Le mie prossime domande sono: in quali altri casi si può fare? Con quali modalità? E con quali vantaggi?

…e a voi cosa viene in mente in un minuto se vi dico: Natale? :)

November 12, 2008

Alla CSIA a parlare di online marketing e advertising

Ieri sera ho tenuto insieme a Luca (e grazie al professor Borioli) un seminario alla CSIA di Lugano sul marketing e l’advertising online. L’argomento è molto vasto e le due ore a disposizione ci hanno permesso di affrontare solo alcuni aspetti, in tutti i casi i presenti erano piuttosto attivi e la discussione è stata solo parzialmente guidata, permettendoci di spaziare liberamente. Segno qui alcuni appunti sugli argomenti affrontati.

Nei primi cinque minuti abbiamo visto l’evoluzione del rapporto tra azienda e consumatore, dal rapporto diretto, al rapporto mediato, alla disintermediazione della rete. Una breve descrizione del nuovo atteggiamento del consumatore e già si parlava di conversazioni in rete, di come stia cambiando tanto il rapporto con l’azienda, tanto di come si stiano evolvendo gli strumenti e di come il linguaggio si stia umanizzando e adattando a questo nuovo tipo di rapporto. Poi si è parlato di crisi e di gestione di crisi aziendali, agli ormai noti casi di Dell e Kryptonite, si aggiungono i recenti casi svizzeri sulla fuga di informazioni di UBS e Swisscom, della diffusione e dell’impatto sul mercato. Sul fronte italiano, abbiamo gli esempi di Mosaico Arredamenti e Carrefour di Assago.

I partecipanti hanno fatto notare come non tutti gli ambiti siano coinvolti, noi abbiamo aggiunto che non esiste uno strumento valido per tutti, ma anche che il fenomeno non si limita a chi partecipa attivamente alla rete, perché pochi che parlano di un argomento sono in grado di influenzare platee più ampie, soprattutto per quanto riguarda acquisti di medio rischio (come ad esempio una lavatrice o un televisore). Si è parlato della comunicazione di Apple, di branding, di engagement, ma anche della campagna di Obama. Abbiamo speso due parole in più su cosa significa per una marca avere utenti appassionati e sulla gestione e gli effetti della reputazione.

Sul fronte pubblicità, abbiamo affrontato l’argomento banner, ci siamo raccontati come la progressiva tendenza a ignorare la pubblicità faccia perdere di efficacia al messaggio, poi abbiamo parlato di strumenti di misurazione dell’efficacia e visto esempi di banner interattivi. Per mancanza di tempo, abbiamo parlato solo in parte di buzz e non abbiamo visto i fenomeni virali e gli “advocate” della marca. Sarebbe stato anche interessante lanciare una discussione e approfondire il discorso legato agli strumenti della rete e alla loro integrazione (o contrapposizione?) con strumenti e strategie tradizionali. Avrei voluto sapere del rapporto quotidiano con i brand, di come i singoli gestiscono il rapporto con la marca e da cosa si lasciano influenzare. Avrei voluto parlare di un sacco di cose, insomma, ma sono stata felice che spesso si sia deviato dall’argomento principale per dare spazio ad aree di interesse personale, mi hanno fatto piacere le domande, le osservazioni, la partecipazione generale. Insomma, una serata positiva che spero di ripetere presto.

Concludo con alcuni link che ho raccolto nel tempo, molti dei quali già noti, sperando di trovare qualcosa che ancora non avevate visto ;)

evergreen

banner

stato dell’advertising

blog aziendali

Crowdsourcing

November 04, 2008

Mobile social network: Blinko apre il mercato

Giovedì scorso io e Diana siamo state a Milano alla conferenza stampa organizzata da Buongiorno per il lancio di Blinko, mobile social network che abbiamo visto nella versione italiana.

L’apertura dei lavori è stata opera di Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Dopo aver parlato di alcune questioni centrali per il servizio, tra cui il concetto di openness e i vantaggi legati all’apertura, la sostenibilità della fondazione e la credibilità dell’enciclopedia, Wales è passato a parlare di mobile, descrivendo come anche per Wikipedia l’accesso via mobile stia diventando sempre più importante, perché molte persone utilizzano abitualmente questo mezzo nei paesi in cui il costo di un pc non è sostenibile. Dunque anche per Wikipedia l’usabilità su mobile sta diventando una questione da non sottovalutare…

Tra gli interventi successivi, Andrea Casalini, CEO di Buongiorno, ha proseguito poi descrivendo il business model di Blinko, che si propone di unire revenue con gli operatori, integrazione di servizi premium e advertising. Un dato interessante: nel mondo si calcola che un miliardo di persone abbia accesso alla rete fissa, mentre tre miliardi si connettono via mobile. Nick Lane, di Informa Telecoms & Media, snocciola poi una serie di dati sul mercato italiano e spagnolo, facendo una previsione sulla crescita del social network via mobile nei prossimi 5 anni. Qualche appunto sul mercato italiano: gli utenti di social network su mobile passeranno da 1.81 milioni nel 2008 a 12.99 milioni nel 2013, mentre i primi tre siti visitati su mobile sono MSN Live spaces, My space e YouTube.

Alcune riflessioni a posteriori. Considerato che il mercato si sta muovendo verso abbonamenti flat, la possibilità di essere sempre connessi introduce nuove possibilità, in parte totalmente inedite e legate al tipo di device, in parte che derivano dalla cultura della rete (partecipazione, UGC, …). Blinko introduce una prospettiva interessante, in quanto è possibile per due persone interagire non solo attraverso due dispositivi mobili, ma anche in modalità mobile-pc. Abbiamo dunque due esperienze d’uso diverse che si concretizzano in una relazione in connessione continua. L’esperienza si colloca in un contesto più ampio, dove le interfacce si riadattano e l’ibridazione consente di costruire un ambiente condiviso, dove si arriva a prescindere dal device.

L’intimità del mobile implica però un cambiamento di paradigma per ciò che riguarda il network personale, se ho 500 amici nel mio social network sarò disposta a farmi raggiungere in ogni momento? La risposta di Blinko è di riflettere su mobile il proprio network personale e non quello online, dunque il servizio si propone di tenere in contatto pochi amici. Dal mio punto di vista, questo concetto va contro l’essenza dei social network online, che tendono ad espandersi anzichè a ridursi e in alcuni casi addirittura incoraggiano la conoscenza di altre persone o nodi, attraverso affinità oppure amicizie comuni.

Dunque, le domande per il prossimo futuro sono diverse. Come useranno Blinko gli utenti? Il loro network rifletterà quello offline, quello online oppure si troveranno modi d’uso non ancora immaginati? Quali funzionalità apprezzeranno, quali abbandoneranno, quali vorrebbero integrare? Quali sono le differenze d’uso dello stesso servizio tra online e offline? In buona sostanza, trovo che l’esperienza di Blinko in questo particolare momento economico sia piuttosto interessante e che le risposte a queste domande siano in grado di fornire utili indicazioni sul panorama futuro.

October 24, 2008

Teoria della tazza e design culturale

La settimana scorsa ho fatto da rappresentante degli Sketchini in terra portoghese, andando a sentire cosa si raccontava a Shift 2008. Due giorni di conferenza in lingua inglese più uno dedicato ai workshop, questo evento ha attratto a Lisbona persone provenienti da diversi paesi europei (più qualcuno dagli Stati Uniti).

Ora, non vorrei spendere troppe parole su Lisbona (se non ci siete mai stati, è da vedere), sul cibo (ottime mangiate di pesce a prezzi super contenuti!) o sulla location (che incanto…), ma passare direttamente a una tra le sessioni che ho seguito durante i due giorni di conferenza.

Prendiamo lo speech di Delphine Ménard, tenutosi tra pochi intimi in un clima di assoluta comprensione. Delphine si è presentata, ha detto di essere francese, ma di vivere in Germania, ma di essere stata a lungo negli Stati Uniti. Alla domanda “di dove sei?” alcune persone si sono guardate tra loro rimanendo interdette, che significa di dove sono? Dove sono nata? Dove vivo? Di quale nazione o città sento di far parte? E’ esattamente il tipo di domanda che mi lascia interdetta. A quanto pare, molti in quella sala erano nella stessa situazione.

Il discorso si è poi spostato sull’uso delle parole, Delphine ha preso come esempio la sua teoria della tazza, “bowl” in inglese, che a seconda del contesto culturale usiamo in modo differente. Per esempio, la traduzione francese, “bol”, prevede che vi sia messa, ad esempio, cioccolato, mentre un tedesco riderebbe di questo abbinamento perché nella “Schale” mette solo zuppa.

Di per sé l’argomento è simpatico e scatena curiosità linguistiche (tutti in sala annuivano e commentavano ogni parola), ma se trasferiamo questo tipo di discorso al design e ai contenuti di un sito web la faccenda diventa molto seria. Quando si progetta un sito è necessario tenere ben presenti le regole del bacino culturale di riferimento, mentre la mera traduzione linguistica tra culture molto diverse può portare al risultato della tazza di cui sopra. Il significato delle forme, dei colori, dei contenuti, dello stile sono diversi e devono essere riadattati mano a mano alle culture in cui vengono inseriti. Se da questo si passa alle persone, quindi alle community, l’importanza della gestione locale aumenta, fino a diventare indispensabile per cogliere le sfumature.

Ma se lo dovessimo fare lo stesso senza avere a disposizione le risorse necessarie? Alla richiesta di suggerimenti per come fare questa traduzione avendo a disposizione pochissime basi culturali, la parola d’ordine è stata minimalismo. Conviene dunque progettare l’essenziale e attendere che la community ci guidi all’inserimento contestuale del sito attraverso i feedback.

A voi è capitato di avere a che fare con problemi legati alla multiculturalità? E di dove siete? :P

October 13, 2008

Cani (virtuali) e padroni: perché Pokey funziona

Pubblicato in: Communication — Tags: , , , , — da Francesca Cavecchia alle 09:00

Pokey

Se conosci Facebook sai che il servizio non offre solo la possibilità di ritrovare vecchi amici, ma anche di avere  la casella email sempre piena di gente che ti invia le cose più disparate, in particolare giochi di diverso tipo.

Uno di questi giochi che mi sono ritrovata a provare è stato Pokey, un’applicazione creata da Bonehead Labs. Si tratta di un’applicazione che ti permette di  avere un cucciolo e di interagire con esso direttamente con il mouse. Lo si nutre, ci si gioca e si entra a far parte di  un network di giocatori che si scambiano a vicenda il favore di nutrire cuccioli quando passa troppo tempo dall’ultimo accesso. L’applicazione, lanciata in febbraio, conta ad oggi 1,4 milioni di utenti attivi.

Come funziona. Ogni volta che si dà da mangiare a un cucciolo, si consuma un unità di cibo e si guadagna un punto (osso), giocare con il cucciolo può comportare casualmente di perdere un punto o di guadagnarne tre, mentre fargli una coccola fa guadagnare un punto. L’acquisto di unità di cibo funziona più o meno come nella realtà, a quantità maggiore corrisponde un “prezzo” scontato: in pratica, diventa conveniente comprare un sacchetto di cibo più grande. Alla lunga, il punteggio cresce incrementalmente mano a mano che la partecipazione alla community aumenta: più cani si sfamano, più si guadagnano punti che servono ad acquistare cibo per sfamare altri cani e via dicendo.

Perché Pokey funziona?

Pokey è il tamagotchi 2.0, ovvero una specie di tamagotchi semplificato a cui sono stati iniettati i vantaggi della community.

Il soggetto. Gli attori principali del gioco sono cuccioli, con cui si può interagire direttamente con qualche click sull’immagine. L’interattività è limitata, ma il cucciolo che zampetta sullo schermo e che scodinzola costituisce un buon impatto emotivo.

Semplicità di utilizzo. Le operazioni sono poche e semplici, non è richiesta nessuna competenza specifica e non vengono aggiunte features con il tempo. Inoltre, il gioco richiede un impegno costante ma limitato. Si guadagnano punti solo una volta al giorno per ciascun cucciolo, mentre per le funzioni di base sono sufficienti pochi minuti.

Il sistema di reward è duplice, da una parte il gioco permette di accumulare punti (ossi) con la semplice partecipazione, dall’altro viene stimolata la competizione mediante una classifica generale in cui vengono riportati gli utenti più attivi secondo diversi parametri (in assoluto, che hanno inviato il gioco a più amici, i più attivi negli ultimi 30 minuti, ecc…)

Modello di business. Se si necessita di cibo per cani e il punteggio non è sufficiente, si possono comprare “ossi” con la carta di credito oppure si può partecipare a una delle iniziative degli sponsor che permettono di guadagnare punti. L’invito a usare la carta di credito è ovunque (per guadagnare punti, per comprare cibo per cani o accessori…), a chi entra per la prima volta non è immediatamente chiaro che il gioco è gratuito. In ogni caso, il main sponsor ha garanzie di visibilità concrete, in quanto si tratta di un cibo per cani il cui packaging scorre davanti agli occhi del giocatore sia quando si dà da mangiare al cucciolo sia quando si compra il cibo per cani, perchè è la confezione sponsorizzata che si sta comprando.

Il sistema della roulette. Ogni volta che si decide di far giocare il cane, lanciandogli un frisbee o una pallina a seconda del tipo di cucciolo, si sta scommettendo. Si possono infatti vincere tre punti o perderne uno. Più cerco cani con cui giocare, più ho la possibilità di accumulare i tre punti facendoli giocare. Inoltre, esiste la possibilità di sfamare cuccioli altrui anche senza aprire la schermata del gioco, senza però poter scegliere se fare una coccola (+1 punto sicuro) o far giocare il cucciolo (+ 3 o - 1 punto). In realtà, nonostante il gioco sia a perdere, guadagnando i punti con l’acquisto del cibo la sessione si conclude quasi sempre con un bilancio positivo.

La community. Una volta raggiunta una massa critica di giocatori e abbastanza elementi di gioco (cuccioli), la community ha un ruolo fondamentale. Da una parte, si autosostiene e i suoi membri si attivano per aiutarsi a vicenda. Dall’altra, i buoni comportamenti vengono premiati dalla classifica generale. Inoltre, ogni volta che si accede al proprio profilo è possibile vedere se qualche altro membro ha dato da mangiare al cucciolo e quindi è sempre possibile ricompensarlo direttamente (per esempio, regalandogli un punto o scrivendogli).

Ora gioco il jolly… che succederebbe se il Pokey avesse un’applicazione su mobile dedicata? ;)

October 06, 2008

Visualizzazione come strumento di comunicazione

friends wheel

Prendo spunto da un paio di interventi visti in streaming della conferenza Picnic, Amsterdam. Il panel in questione era “Can You See What I Know”, ovvero “come possiamo fare in modo di rendere le informazioni intuitivamente significative?”, un panel in cui si è parlato dunque di visualizzazione di dati. Alice ha introdotto qualche tempo fa il concetto di infovis, a cui mi rifaccio per capire di cosa stiamo parlando.

Lo spunto viene principalmente dall’intervento di Jose Louis de Vicente, ricercatore al Medialab-Prado.
Parlando di visualizzazione dei dati, i più indicati per trattare l’argomento sono probabilmente i miei colleghi, Alice che crea il visual e Alberto, che rende possibile interagire con le rappresentazioni. Ma visualizzare informazioni dopotutto è uno strumento di comunicazione, rende intellegibile qualcosa che attraverso la sola comunicazione scritta sarebbe complesso o poco utilizzabile.

Si tratta dunque di “tradurre” dati. Jose ha portato un esempio significativo relativo alla rappresentazione delle frequenze radio, rese inizialmente in parecchie pagine di tabelle e “tradotte” in rappresentazioni grafiche con cui il destinatario può interagire e ricavare i dati significativi lasciando da parte le informazioni non pertinenti.

L’argomento è liminale e molto interessante, perchè coinvolge il visual (appunto), la programmazione, l’esplorazione di nuove interfacce e, ovviamente, la comunicazione. Jose ha parlato di “quantificazione del sè” mostrando le homepage di facebook, twitter, dopplr e last.fm, servizi che permettono di analizzare e ricavare dati dalla vita quotidiana. In alcuni di questi casi è possibile non solo quantificare, ma anche ricavare la qualità delle relazioni a seconda della quantità e frequenza dello scambio. In quest’ottica, il laboratorio si è occupato del progetto “mail garden“, il cui scopo è mappare le relazioni tra gli individui in base alle conversazioni e al contenuto delle stesse.

Altri due progetti nominati che mi pare interessante segnalare sono casastristes.org e il Public bicycle network di Barcellona.

Il primo affronta il problema dell’esubero di abitazioni in Spagna e mappa, con l’aiuto degli utenti, la situazione delle case libere. Il sito si propone di essere una “piattaforma di scambio di informazioni e risorse attraverso la creazione di un database pubblico delle case vuote in Spagna”. Dalla homepage è infatti possibile accedere a una serie di dati sulla situazione del mercato immobiliare spagnolo.

Il secondo progetto era inserito nel contesto della relazione tra città e visualizzazione di dati relativi ad essa, un concetto tutt’altro che nuovo ma su cui molti lavorano per rendere le città più vivibili e “usabili”. Il progetto in questione è relativo al servizio pubblico di noleggio di biciclette con stazioni sparse in tutta la città di Barcellona. Attraverso internet e pannelli elettronici in vari punti della città, è possibile accedere alle informazioni relative al servizio, alle mappe, allo stato delle stazioni. Tracciando le abitudini di comportamento degli utenti, si può migliorare e potenziare il servizio e incoraggiare la riduzione dell’inquinamento e delle auto in città.

September 29, 2008

Conigli a Picnic

Killing the Nabaztag

Il coniglio. L’ambito coniglio, il maledetto coniglio, a seconda. Io un coniglio non l’ho mai avuto, ho provato a guadagnarmene uno correndo su e giù per le strade di Urbino, ma non c’è stato verso. In seguito, ho parlato con chi il coniglio ce l’ha e ho ascoltato due volte le parole di Rafi Haladjian (presidente di Violet), a Frontiers of Interaction nel 2007 e a Reboot lo scorso giugno. Quando Haladjian parla a una platea, racconta la storia del coniglio, dei pensieri che hanno portato alla sua nascita e di ciò che tutti si chiedono: ma perchè proprio un coniglio? (”Il coniglio sintetizza in sè una serie di qualità, tra cui il fatto che è amichevole. E poi, abbiamo pensato, se riusciamo a connettere un coniglio, riusciamo a connettere anche tutto il resto”, diceva lui).

Orbene, finora ho sempre parlato di conferenze a cui sono stata, stavolta dirò due cose rispetto a un evento a cui invece bisognerebbe essere stati in questi giorni. Sto parlando di Picnic, terza edizione, che vede sul palco gente come Adam Greenfield, Bill Moggridge (IDEO), Philip Rosedale (Linden Lab e Second Life), Jyri Engeström. Tra i relatori, troviamo ancora Haladjian. Nel blog di The Next Web si può leggere una sintesi del suo intervento.

In buona sostanza, Haladjian ha parlato di come il prossimo passo della Violet sia di permettere al coniglio di “leggere” qualsiasi oggetto che abbia un RFID e di permettere a qualunque oggetto di averne uno applicando i Nabaztamps che Violet stessa produce. Dunque, per esempio, si potrà taggare l’ombrello e una volta che il coniglio leggerà quell’RFID otterrete anche le previsioni del tempo, oppure taggare le chiavi dell’auto e ascoltare contemporaneamente le condizioni del traffico.

Ora, il discorso è interessante -a meno che, ovviamente, voi non abbiate sentito parlare il presidente di Violet da due anni a questa parte- e comunque, tutto ciò apre nuovi scenari per il futuro. Posso pensare in un prossimo futuro di taggare il mio pranzo per sapere se l’ho messo in borsa o no e taggare lo zucchero così non mi potrò più sbagliare quando sarà il momento di dolcificare il caffè (scambiato col sale, provoca effetti sinceramente disgustosi).

L’appello è per te, lettore: aldilà delle considerazioni sul progresso degli oggetti connessi, mi suggerisci qualche idea pratica che mi convinca a comprare coniglio ed etichette? Nell’attesa, noi qui continueremo a cercare modi creativi per fare fuori il nostro simpatico amico.

Ps, se sei stato a Picnic (beato te!) fammi sapere, segnala i contributi che ti sono rimasti più impressi (io poi recupero coi video)

September 15, 2008

Progettare testi per il web - seconda parte

Calligrafia

Lunedì scorso ho cominciato a scrivere qualcosa di più riguardo al mio lavoro e ho iniziato a parlare di progettazione dei contenuti. Come promesso, ecco la seconda parte, con qualche indicazione che spero vi torni utile e qualche risorsa esterna per chi vuole approfondire.

  • Homepage. Anche se gli utenti entrano spesso da sottopagine, se trovano qualcosa di interessante probabilmente vorranno dare un’occhiata alla homepage, per avere un quadro generale dell’attività e di cosa può offrire loro quel sito.
  • La homepage ideale, secondo Steve Krug risponde a colpo d’occhio alle seguenti domande:

  1. cos’è questa cosa?
  2. cos’hanno qui dentro?
  3. cosa posso fare qui?
  4. perché dovrei essere qui e non da qualche altra parte?
    La homepage è anche lo spazio in cui ciascun prodotto o ciascuna divisione che ha una propria sezione sul sito vorrebbe avere più visibilità. Una specie di guerra all’ultimo pixel. Ma lo spazio è limitato, dunque va gestito al meglio. Occorre evitare tanto il sovraffollamento delle informazioni e le ripetizioni inutili, quanto il panico da spazio bianco (l’essenzialità di Google insegna). Krug riassume il concetto nella frase “usa lo spazio di cui hai bisogno ma non più del necessario”.
  • Tagline. Altro elemento da tener presente è la tagline. A meno che non siate Google, la tagline (il vecchio claim o slogan delle pubblicità) è utilissima all’utente per legare indelebilmente un nome più o meno creativo alla sua utilità pratica. Una buona tagline è chiara e informativa, dunque fate attenzione a quelle vaghe o generiche, a quelle troppo corte per essere esplicative, a quelle che non evidenziano il vantaggio competitivo. L’ideale sarebbe una tagline tra 6 e 8 parole scelte con cura. Si tratta comunque di indicazioni generali: ci sono tagline che seguono regole diverse e funzionano molto bene, oppure semplicemente non ci sono (come su Amazon, per esempio). In tutti i casi è importante considerare che la tagline, ovvero la value proposition del sito, è diversa dal motto, che invece contiene un principio guida. In tutti i casi, stiamo parlando solo di un equivalente del claim degli spot tradizionali, ma nella costruzione bisogna tenere conto del mezzo su cui verrà pubblicato. Il claim di uno spot e la tagline di un sito sono due cose diverse.
  • Labeling. Una buona scelta nei nomi delle etichette fa in modo che l’utente sappia orientarsi e trovare le sezioni che gli interessano senza confondersi o pensarci troppo. Se esistono degli standard, è utile farne tesoro. Per esempio, se sono sul sito di un’azienda e ho bisogno di trovare la pagina che contiene le informazioni relative all’azienda e non ai prodotti, probabilmente cercherò automaticamente un “about”. Se ho bisogno di contattare qualcuno cercherò i “contatti” o al massimo “scrivici”. Se sono nel sito di un’applicazione, mi aspetto che le etichette mi forniscano le indicazioni utili per trovare le funzionalità principali. Etichette poco chiare rallentano la navigazione dell’utente o, nel peggiore dei casi, trasformano la navigazione in una poco piacevole caccia al tesoro. Se il nostro utente è un potenziale cliente e cerca, non trovandolo, il modo per acquistare un prodotto, probabilmente è un cliente perso.

  • Struttura dei contenuti. Abbiamo poco tempo per convincere il lettore casuale che si trova davanti a una pagina potenzialmente interessante. Per questa ragione, il suggerimento di Nielsen è di recuperare il metodo della “piramide rovesciata“, ovvero inserire all’inizio del testo le informazioni essenziali, approfondire mano a mano che si prosegue nella stesura e quindi inserire eventuali risorse esterne. Per quanto riguarda la lunghezza dei contenuti, Nielsen indica che i testi dovrebbero essere pensati in formato web, ovvero sotto i 3000 caratteri (circa 650 parole), mentre gli autori di Hot Wired indicano che un testo contenuto in un’unica pagina scoraggia la lettura e diventa più leggibile nel momento in cui lo si suddivide in più pagine.

Infine, un suggerimento pratico di Luisa Carrada (dal suo libro Il mestiere di scrivere): evitare il più possibile frasi fatte e formule stereotipate, le classiche espressioni in cui il soggetto si trascina dietro sempre lo stesso aggettivo, quasi sempre di derivazione giornalistica (per esempio “tragica notizia”). Allenatevi a trovare espressioni più fresche, a riscrivere le frasi, a usare sinonimi. Le frasi fatte devono essere un’eccezione piuttosto che una regola.

Ho affrontato quelli che per ora mi sembravano i punti principali.

Ecco alcuni riferimenti usati per il post e altre indicazioni utili:

Steve Krug, Don’t make me think
Luisa Carrada, Il mestiere di scrivere
Mestiere di scrivere
Webwriting
Scrivere per il web

September 08, 2008

Progettare testi per il web - prima parte

Calligrafia

Dopo aver parlato di quanto è importante osservare quello che succede all’esterno e di come per svolgere bene il proprio lavoro sia necessario sapere anche cosa fa chi lavora gomito a gomito con noi, vediamo ora di scendere in dettaglio e descrivere una delle attività che mi occupa più tempo alla scrivania di Sketchin.

Scrivere testi
per il web è un’attività tanto impegnativa quanto sottovalutata. Chi pensa che produrre contenuti sia più che altro una questione di proprietà di linguaggio e creatività ha una visione solo parziale dell’attività complessiva. Come si è già detto più volte, chi lavora in Sketchin non è semplicemente un creativo, ma un progettista, e nemmeno io faccio eccezione.

Mentre per esempio Alice si trova a progettare contenuti visuali in base alla struttura dei wireframe, oppure Dafne progetta wireframe in base agli stretti vincoli dell’usabilità, i testi di un sito devono avere caratteristiche precise che impongono scelte a priori e lasciano poco spazio all’invenzione. Per le eccezioni ci sono spazi più consoni, come ad esempio i blog personali.

Stabilita questa premessa importante, vediamo ora come iniziare a progettare dei contenuti, tanto all’inizio di un progetto quanto su un progetto esistente.

  • Vincoli iniziali. Lo stile di comunicazione ha un’importanza pari a quella che ha lo stile del sito e sono strettamente correlati. Ora immagina: sei nella homepage di un sito di uno studio legale, linee regolari e pulite, prevalenza di grigio e di blocchi quadrati. Nel centro della pagina una scritta ti dà il benvenuto: “Benvenuto nel mondo gioioso dello studio xxx! Vieni anche tu, sarà divertente conoscerti e fare affari insieme!”. A questo punto, dopo aver riso un quarto d’ora, probabilmente se hai bisogno di un avvocato andrai a cercare uno studio legale serio.

    Le situazioni non sono sempre così cristalline, ma un buon testo coerente con l’insieme ha bisogno di una prima fase di analisi. Occorre studiare il materiale esistente, estrarne i valori percepiti, studiare il materiale fornito dai clienti che contiene i valori aziendali, gli obiettivi di comunicazione e (possibilmente) la corporate identity. Dopodichè si passa al mercato, si studia la comunicazione e lo stile dei competitor, si trovano elementi di distinzione, si confrontano con i valori di base. Questa fase preliminare serve a stabilire una griglia in cui muoversi durante tutto il lavoro. Ogni singolo testo del sito andrà poi verificato tenendo conto di questi vincoli. A questo punto del lavoro, non si è ancora scritta nemmeno una parola…
  • Regole generali. Nielsen ci insegna che sul web la leggibilità dei testi è del 25% inferiore rispetto alla carta. Steve Krug, nel suo Don’t Make me Think, suggerisce di ridurre del 50% il testo ottenuto e solo allora avremo qualcosa di potenzialmente adatto al web. Ciò significa che avere ottimi testi su carta non significa automaticamente avere ottimi testi per il web, men che meno che i primi si possano copiaincollare e trasformarli così nei secondi.
    Non si tratta solo di lunghezza dei testi, ma anche della loro disposizione.

    Alla domanda “come gli utenti leggono sul web”, Nielsen ci risponderebbe con un semplice “they don’t“. Gli utenti non leggono, gli utenti scorrono semplicemente il testo, oltretutto in modo non lineare. E’ probabile che vedendo questa stessa pagina, prima ancora di leggerla, tu abbia colto la struttura complessiva e che la tua attenzione sia stata attirata dalle parole in grassetto prima ancora che dal testo. Se provi a leggere solo le parole in grassetto anzichè tutto il testo, sarai probabilmente in grado di farti un’idea di massima dell’argomento di cui si sta parlando.
  • Contenuti delle pagine interne. Che gli utenti conoscano il nostro sito oppure no, difficilmente entreranno dal portone principale della homepage. Molto spesso succede che gli utenti trovino un sito digitando parole chiave su un motore di ricerca e spesso finiscono in una sottopagina che contiene ciò che interessa loro. Lo sappiamo così bene che le pagine interne di un sito sono disseminate di keyword proprio a questo scopo. Questo modo di cercare e trovare pagine richiede sia un’attenta progettazione della struttura, per fare in modo che l’utente che arriva per caso su una pagina interna possa sempre avere qualche appiglio per capire dove si trova, ma anche offrire a livello testuale le risposte che l’utente si aspetta di trovare.

    Testi complessi e poco chiari non aiutano a farsi trovare. Che siate o non siate l’azienda leader del vostro settore, i vostri potenziali clienti difficilmente cercheranno “azienda leader del settore xxx”. Gli utenti hanno la tendenza a fare ricerche mediante keyword limitate e linguaggio naturale. Sapere quali sono quelli legati al vostro settore di attività può essere un valido aiuto nella progettazione dei testi.

Questi sono solo alcuni degli elementi che giustificano l’inizio del discorso, ovvero che i contenuti vanno progettati così come tutti gli altri elementi di una pagina… La settimana prossima proseguirò con la seconda parte: mi piacerebbe parlare di titoli e sottotitoli, etichette, lunghezza dei testi e qualche consiglio più pratico che vi può tornare utile…

 

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