
Con l’arrivo della bella stagione, ai piedi di quasi tutte le donne compaiono ballerine, infradito e bellissimi sandali tacco 12, ma tale mossa equivale, almeno per me, ad un costante mal di piedi.
Proprio sabato scorso, dopo una mattinata in giro per il centro di Viareggio con un paio di scarpine nuove ma estremamente alte ed appaganti, ero ridotta in uno stato pietoso. Avevo bisogno di supporti in gel perché i miei talloni stavano urlando tutto il loro dolore.
Arrivata al supermercato mi trovo davanti all’enorme quantità di merci, colori, rumori e vengo colta da quella che possiamo definire una vera e propria bulimia dell’acquisto. Piano piano il mio carrello si riempie di cose assolutamente inutili, o meglio non necessarie, e il tutto prima di arrivare al reparto: cerotti - medicazioni - liquidi per lenti - preservativi.
Infondo il mio scopo era comprare dei cuscinetti. Era un obiettivo ben preciso anche perché stavo rischiando di scuoiarmi un piede. Eppure l’acquisto compulsivo ha vinto.
Arrivata alla mia meta, eccoli lì ad aspettarmi: una serie di almeno 20 prodotti differenti mi attende a braccia aperte.
È quello di cui ho bisogno, quindi ho necessità che sia proprio il prodotto che fa per me. Voglio che mi soddisfi sia dal punto della performance che da quello estetico.
Inizio a leggere sulle confezioni, ad osservare le immagini riportate sulla facciata delle varie scatolette, i colori, i font e la composizione.
Allora ci sono cerotti impermeabili, cerotti trasparenti, cerotti color carne, cerotti in gel trasparente per le dita, cerotti in gel trasparente per il tallone, cuscinetti in gel da applicare alle scarpe, cuscinetti in silicone da applicare sopra le vesciche, etc…
Sapevo quello che volevo, ma adesso non più. Cosa sarà meglio per me? Ho ricevuto innumerevoli input e adesso non so più che fare. Sono frastornata. Scegliere diventa difficile.
Decido che è ora di piantarla e di adottare un filtro di scelta: il brand.
Scarto la metà dei prodotti e rimango faccia a faccia con 2 famiglie di cerotti, i più familiari e conosciuti, di due marche differenti ma che apparentemente hanno prodotti molto simili e in alcuni casi complementari.
I packaging delle linee di prodotto sono diametralmente opposti dal punto di vista dei materiali, delle forme e della comunicazione.
- I primi, marca “X”, sembrano prodotti medicali da farmacia con le loro confezioni gialle verdi e bianche in cartone fustellato, danno proprio l’idea di esser prodotti simil-ospedalieri, un po’ da vecchietti. La linea di prodotti X è molto più ampia, annovera fra le sue file creme per i talloni screpolati, polveri antiodore, etc…
- I secondi marca “W” appaiono molto più giovani, il packaging è molto più ricco, i colori tendenti al violetto e le illustrazioni lo fanno sembrare proprio un prodotto da ragazze. Quest’ultima linea di prodotti è più orientata al comfort che alla medicazione.
Il target è indubbiamente differente, ma a quanto pare tutte le donne dalle più giovani alle più mature hanno problemi con le loro scarpe.
Dopo una lunga meditazione scelgo soddisfatta 3 prodotti: uno della marca Y (supporti in lattice) due della marca W (cerotti e supporti in gel).
Arrivata a casa nell’intento di salvare quello che è rimasto del mio tallone mi rendo conto che le due marche sono prodotte dalla stessa azienda. Infatti nel libretto delle istruzioni dei cerotti di marca W c’è il logo della marca X. I prodotti W costano un po’ di più rispetto a quelli di marca X. A saperlo avrei potuto comprare tutti i prodotti con i packaging meno attraenti ma meno costosi!
Un pack ha manipolato il mio acquisto.
Ma di chi è la colpa, mia che non so controllarmi o degli esperti di comunicazione, marketing e design? Sono una designer della comunicazione anche io com’è possibile che cada vittima di tali trucchetti e stratagemmi?
Il fatto è che il packaging è fatto apposta. Non è solo la buccia di una merce.
La confezione quando viene progettata ha un triplice scopo, deve cioé supportare l’utente nelle attività di: acquisto, uso e smaltimento. Ed è proprio nel primo di questi tre step che il prodotto si gioca tutta la sua possibilità di essere provato.
All’interno della grande distribuzione dove è presente un forte sovraccarico informativo l’attenzione che un possibile acquirente dedica ad ogni oggetto è di circa 1/25 - 1/50 di secondo (J.Favre, La couleur vend votre emabalages). Questo fa capire quanto sia fondamentale che l’imballaggio sia quanto più legato, dal punto di vista dell’immaginario, al mondo del target a cui si rivolge.
Il carattere segnaletico, la capacità di emersione ed in primis la seduttività di un packaging sono le doti fondamentali per un primo approccio con l’utente. Una volta attirato a sé dovrà essere convinto e conquistato dalle informazioni dettagliate al punto giusto messe al posto giusto, dall’immagine raffigurata, da dati aggiuntivi che attestino la qualità del prodotto. Se il mix degli elementi è convincente probabilemente il prodotto verrà acquistato e a quel punto dovrà dimostrare tutte le sue doti sul campo.
Vi assicuro che tutti i packaging che ho comprato mi hanno convinto e hanno superato l’esame dei tre step.
Si sono fatti acquistare, hanno dimostrato di avere un’ ottima resistenza all’interno del mio zaino e probabilmente non verranno mai smaltiti perché utilizzerò le scatoline per qualcos’ altro. Per quanto riguarda i prodotti sono riusciti a farmi innamorare di loro salvandomi i piedini :P