Abbiamo lanciato i nuovi workshop sull'experience design

April 30, 2008

Un’esperienza su Adobe Photoshop Express

photoshop_express.png

Oggi mi sono fatta un giro su Adobe Photoshop Express, il nuovo servizio che Adobe ha rilasciato da poco in beta per la gestione, editing e condivisione di fotografie, il tutto con tecnologia Adobe Flex.
Era una cosa che volevo fare già da un pò ma gli impegni me l’hanno impedito fino ad oggi :)

In questo post non intendo essere esaustiva nell’identificare tutte le features e i dettagli innovativi presenti (sospetto cmq già che siano molti), ma riporto semplicemente la mia prima volta su questo nuovo concorrente di flickr (?).

Ok. Si parte.
www.photoshop.com/express
Mi registro
in una maschera e mi blocco subito perchè non mi va la chiocciolina per inserire l’e-mail. Vi consiglio di provare subito con ctrl+2 ;)
In country mi permette di selezionare solo la voce Unite States (a mi avvisa esplicitamente con “currently United State only”). Ecco quindi cos’è successo alla chiocciolina: il sito è stato pensato solo per gli americani e quindi Adobe da per scontato che la tastiera utilizzata dagli utenti sia quella americana… Per questo motivo più tardi mi sarà piuttosto difficile capire come fare i due punti..
Oltre che i comandi tradizionali della tastiera svizzera/italiana non vanno nemmeno i comandi del browser (mozilla) da tastiera (come per esempio ctrl+T per aprire nuove schede). Vabè, la voglia di usare il servizio è tale da farmi chiudere entrambi gli occhi :)

Vado a recuperare la mail di conferma e trovo scritto:

“It won’t make you a better photographer, but it will help you organize, edit, store (up to 2 GB), and show off your photos on places such as Facebook or your blog. And it’s super simple to use.”

Un pò delusa di non diventare una fotografa migliore con un click, clicco comunque sul link di conferma.
E mi rallegro del saluto finale “snap happy”.

Ok ci sono. Ho confermato la registrazione ed ora sono in photoshoplandia :D
Un boxettino in basso mi avvisa che se sono una sfigata con il computer e con photoshop posso imparare tutto dalla A alla Z su photoshopexpresstechniques.com grazie a ben 28 video-tutorial.

No grazie, sono abbastanza orgogliosa da pensare di saper cavarmela da sola ma curioso lo stesso un pò in questo sito “formativo” parallelo e trovo una serie di link decisamente interessanti (ma come ho fatto a vivere fino ad ora senza conoscerli?):

Ok mi sono formata. Torno su Photoshop Express e decido di caricare le foto scattate nel fine settimana in Svizzera interna.

Una volta uploadato una decina di foto direttamente in un nuovo album (è possibile creare album contestualmente al caricamento) me le ritrovo visualizzate belle grandi (245×165 pixel) nella mia libreria. Ma non solo sono belle grandi: sulla barra in alto è presente un cursore che agisce sulla grandezza delle foto in preview (a mò di zoom). Gli strumenti e le azioni applicabili sulle foto sono distribuite su tutti i lati dell’area di lavoro.
In basso di interessante trovo la possibilità di inviare una foto ad un amico. Se qualcuno vuole aiutarmi a testare la funzionalità alzi la mano :P

Sulla sinistra è possibile loggarsi su facebook, photobucket e picasa per importare altre foto. Ma picnik dov’è finito? Forse Adobe ha litigato con flickr.. :P

Inserisco la mia login di Facebook immaginando che possa appunto importare le foto che ho di là.. invece no, boh, sono loggata ma non è successo niente e nell’area di lavoro c’è scritto “no images”. Forse questa funzionalità è stata pensata per fare il contrario, cioè esportare foto da photoshop express su altri servizi. Ricontrollerò un’altra volta..

Devo dire che le transizioni sfumate dell’interfaccia fra una schermata e l’altra sono decisamente piacevoli (Flex mi piace sempre di più). E’ da verificare che funzionino anche con sistemi meno potenti.

Ok, ora provo lo slideshow. Vado sulla mia pagina pubblica nuova di zecca e clicco sull’album appena creato.
Un’iconcina animata ruota vorticosamente per avvisarmi che il sistema sta lavorando (mai vista un’icona ruotare in modo così angosciato, ancora qualche secondo e avrebbe preso il volo).

Ohhhh ma che succede??? Le foto VOLANOOO
Nei setting dello slideshow è possibile selezionare le modalità di visione: singole, in sequenza, a griglia, ad anello, 2D, e addirittura 3D.
No basta, smettete di leggere questo post e andate subito a provare smanettando fra le opzioni che trovate cliccando su settings in basso a destra nella pagina dello slideshow (Attenzione, ci vuole Flash player 9.. e mi hanno comunicato che fa un pò di casino con i mac….)

Ancora un pò inebriata dall’ebbrezza dello slideshow decido di completare il mio profilo. Clicco su “My account”. Mi chiede la password dicendomi “To protect your personal information, please verify your passoword”. La inserisco pensando che forse sono un pò tropo apprensivi..
Una volta dentro la pagina con le mie info personali scopro quanto spazio libero ho ancora (un sacco, ancora 1,9 GB), ma da qui non posso assegnare la mia foto al profilo (l’unica cosa che in realtà volevo fare..). Boh ci proverà un’altra volta. Alla fine ho scoperto che si può assegnare una foto al profilo solo dalle proprietà della singola foto (la foto può essere usata come immagine del profilo, copertina di un album o sfondo di una gallery).

Ora cerchiamo di capire come assegnare la proprietà “public” o “private” agli album. Perchè prima c’ero riuscita senza volerlo ed ora vorrei capire come ho fatto.
Nela sidebar a sinistra trovo l’elenco dei miei album affiancati da un check. Il primo album creato è checkato, gli altri no. Penso possa essere quello il segnale dello share perchè non c’è da nessun’altra parte nella schermata. Ed in effetti è così, soffermando il puntatore del mouse su qualsiasi elemento nella pagina compare un messaggio di spiegazione della funzionalità. Forse per lo share valeva la pena essere più chiari con un’iconcina..
E’ possibile comunque recuperare il link diretto di un album o embeddarlo senza dover per forza renderlo pubblico. Questa è una funzionalità interessante se si vuole mostrare l’album solo ad alcune persone e non a tutti.

Infine avrei cliccato anche su Edit nelle proprietà di una foto e sarei finita nella sezione di editing del servizio che forse è la più interessante del sito. Ma ormai è tardi. Ci gaurderò un altro giorno. E poi le foto che ho caricato le avevo già sistemate appuntino con Photoshop vero :P

Se qualche lettore trovasse altre funzionalità interessanti che hanno cambiato la sua vita di fotografo digitale si faccia vivo!

Io ho riportato le mie :) Buon divertimento

April 29, 2008

After Web 2.0 Expo

web2.jpg

2 settimane a San francisco, 2 giorni in Valley,  4 giorni di esposizione con più di 10′000 visitatori (a breve le foto sull’account flickr di Dixero), 300 espositori, innumerevoli nazionalità e culture rappresentate, party e meetings, workshops e conferenze… questi sono i contenuti della nostra esperienza con il Web 2.0 Expo appena trascorso. Expo che ho vissuto a pieno con Luca (con cui ci scusiamo se siamo completamente scomparsi ma abbiamo corso in media 16 ore al giorno) il quale mi ha aperto una visione allargata sul mondo del web.

Questo post scritto a quattro mani vuole condividere con voi una piccola parte di questa esperienza vissuta dall’interno.

Partiamo dallo sfatare un mito; qui abbiamo avuto infiniti problemi di connessione Wi-Fi sia con le reti aperte che con quelle a pagamento che risultavano sempre sovraccariche, il che ci ha precluso di pubblicare molti contenuti che abbiamo raccolto.

Un mito invece da rinforzare e la visione del mondo e delle avventure imprenditoriali che c’è da queste parti. Non importa se la tua idea è di successo o è senza alcun fondamento, l’importante è che ci provi credendoci; è comunque un’ esperienza. Con questa visione e giocando sui grandi numeri le idee e i prodotti/servizi che abbiamo visto sono stati un infinità.

Questa mentalità aperta ci ha portato a discutere e presentare liberamente le nostre idee e i nostri progetti a persone, di qualsiasi “casta”, che con assoluta trasparenza condividevano le loro. È incredibile come le idee circolino e come tutti tentano di integrarsi con tutti non escludendo nessuna opportunità. In questo un dettaglio che ho personalmente vissuto è come il mio essere donna non impattasse sul confronto con le persone, le persone si fidavano di me senza alcun pregiudizio di sesso o età.

Ci è capitato di parlare a Venture capitalist, a CEO, a quello che ci montava lo stand nello stesso identico modo, senza formalismi e senza atteggiamenti particolari.
Questa volta sembra che sia stato un’Expo molto particolare dove vi erano meno addetti ai lavori e più utilizzatori finali e dove le differenti culture facevano la differenza nel pubblico: Americani, Centro-Europei, Indiani, Cinesi, Koreani, Giapponesi, Russi…

Questa differenza era nella curiosità delle persone che era focalizzata su aspetti differenti di Dixero, per esempio i Cinesi avevano un’interesse particolarmente approfondito sugli aspetti tecnologici e linguistici, gli Indiani facevano domande molto specifiche sulla programmazione mentre Americani ed Europei sulla giocosità dell’applicazione e sul business.

Ma alla fine, in generale, di cosa si è parlato?

Diciamo che le novità non sono state molte, fortunatamente ciò che abbiamo proposto è stato positivamente apprezzato, ma le tendenze si sono delineate molto bene. Si sta pesantemente cercando di esportare i modelli 2.0 che funzionano in occidente sempre più verso l’oriente, mentre da noi si portano le applicazioni in una mobilità contestuale.

Ora ci aspetta una settimana dedicata al raccogliere ciò che abbiamo appena seminato, vi aggiorneremo a breve sui risultati (se abbiamo connessione ;-)

April 24, 2008

Duri a morire

Pubblicato in: Sketchin life, Work — Tags: , , , , — da Francesca Cavecchia alle 20:56

feba.jpg

Da quando seguo il blog di Sketchin, non è mai capitato che i suoi lettori fossero lasciati senza la compagnia del team per più di un giorno, non è mai successo di non trovarci lì, a svegliarvi la mattina con due righe che testimoniano la nostra presenza. Gli eventi hanno voluto che sia stata io l’eccezione che conferma la regola, per quasi due giorni non ho rispettato il mio impegno nei vostri confronti. Con parte dello staff a San Francisco a ufficializzare il lancio di Dixero e l’altra parte a gestire il resto in ufficio, ci siamo resi conto di quanto stiamo credendo nel progetto Sketchin, di quanti sforzi siamo disposti a fare e di quanto impegno ci voglia per tenere duro nei momenti di stress. In attesa di sistemare alcuni appunti che ho preso alla conferenza di ieri, vi lascio in compagnia dei nostri amici Lois, Claire e Luke (di cui sono profondamente innamorata) e degli ultimi video che vedono come protagonisti Andreas, Marco e Carl Magnus. A presto :)

April 22, 2008

Microblogging: scarti di comunicazione da fissare (in modo custom)

Pubblicato in: Communication — Tags: , , , , , — da Elena Marchiori alle 08:20

postit frigo

Continueremo un’altra volta a dilungarci sul microblogging come forma di blog o meno o se questo fenomeno crea solo un (fantastico) rumore di fondo. Se ci costringe ad interrogarci sugli esiti (a volte imbarazzanti) di lifestreaming e/o se tutto questo viene rimaneggiato in salsa marketing e/o pseudo business con vezzose forme di newsletter informali molto 2.0.

Dice: oggi vorrebbe riflettere sull’approccio linguistico. Sul cambiamento della comunicazione dato uno spazio limitato entro cui esprimersi.
Ecco una tipica frase da twitter (ma poteva anche starci: si alza e va in bagno) l’approccio (e il contenuto) è quello, ovvero quello dello slogan: dal concetto ricercato all’informazione di servizio, il tutto in 140 caratteri.
(anche questa poteva essere una frase alla twitter).

Partiamo da Cicerone come chiave di lettura, ancora una volta non si può non dire che aveva già capito tutto: le costrizioni fisiche influenzano la lunghezza e la forma del discorso orale. Che dire di più?
Aggiungiamo poi l’obbligo dell’esprimersi in terza persona in quanto agli occhi degli utenti-lettori il profilo comunica what is he/she doing visto che a sua volta l’utente-scrittore ha inserito testo rispondendo alla domanda what are you doing (però in teoria si può scrivere anche al presente se rispondo alla domanda in prima persona posta sul “now”…). Inoltre non c’è l’utilizzo (perlomeno limitato) di forme che accorciano le parole (insomma niente cmq, ke, t kiamo, a dp) o la scrittura tutta ad un fiato per non perdere spazi tipica dell’SMS (viricordateimessaggiscritticosìovverotuttiattaccatiCheSonoDifficilissimiDaLeggere), ma bensì un nuovo approccio linguistico, al di là dei contenuti, che spazia fino ad intenti poetici.
Ebbene miei cari, twitter è croce e delizia per aspiranti copywriter che lo vogliate o meno. Oltre che ad essere terreno fertile per psicologi, se scorri l’archivio dei twit o twittate (un giorno il De Mauro inserirà questo termine e ci dirà la giusta definizione) si può “capire” un po’ di più l’altro/a. Insomma caro Piero temo che prima o poi ti ispirerai a twitter per le tue personas. Potrebbe essere un buon terreno anche per il mercato delle indagini sulle tendenze della popolazione (online). Che polaroid ne salterebbe fuori? (gli approcci di studio sono veramente molteplici e tutt’altro che banali. Se qualcuno sta “analizzando” il fenomeno, tesi/tesine possiamo confrontarci).

Mesi fa si parlava con Luca del modello a piattaforma: realizzi un servizio con funzionalità basic e lasci che sia l’utente ad utilizzarlo come vuole per poi verticalizzare l’offerta in base alle nicchie che si sono formate (ecco l’approccio twitter). A questo pensiero aggiungo come proprio sulle applicazioni web sociali l’importanza dell’approccio comunicativo non sia un punto da sottovalutare nelle fasi di progettazione. Gli approcci comunicativi veicolati dagli spazi web influenzano la navigazione (e la partecipazione) e viceversa.

Stiamo parlando del valore degli “scarti di comunicazione” (come ha ben scritto palmasco nel suo post dedicato al glorioso e mitico foogacamp). Scarti di comunicazione a cui aggiungo: che vuoi comunque fissare… come un foglietto con la lista della spesa appeso al frigorifero - ovvero la stupidaggine utile per te; la foto del tuo adorato cane, ovvero un ricordo che ha valore per te; un pezzo di articolo che ti ha fatto impazzire, ovvero un link che ha valore per te ma che sicuramente divulgherai; il messaggino “ciao esco a dopo”, ovvero l’info inutile per tutti: non dici dove vai, se non ci sei è ovvio che sei uscito, il dopo non è un orario, torni o mi telefoni?, il saluto è relativo, non comunichi nulla rispetto al dato di fatto… il tutto come in twitter!

April 21, 2008

Sketchin ricerca collaboratori per un test di usabilità a Milano tra il 28 e il 30 aprile

Pubblicato in: User research, Work — Tags: , , — da Piero alle 11:36

i want you

Sketchin chiede ancora l’aiuto dei volenterosi del web per un test di usabilità riguardante il sito Agork.it . Il test si svolgerà a Milano (in zona Centro) la prossima settimana e durerà un’ora. Come sempre è previsto un rimborso spese (in buoni della Rinascente) per i partecipanti.

Se siete interessati potete contattarmi via mail (piero@sketchin.ch); indicando nome, età e professione oltre ovviamente ad un recapito (possibilmente telefonico).

Grazie a tutti per la collaborazione!

Piero

Vivere la vita degli altri

Pubblicato in: Communication, Sketchin life — Tags: , , , — da emanuele alle 10:58

Lifestreaming

E’ da un pò di tempo che volevo parlare di lifestreaming, uno degli ultimi fenomeni, un pò voyeuristici, della rete. Traducendo da Wordspy: “Un lifestream è una registrazione online delle attività quotidiane di una persona, tramite un feed video diretto o aggregando tutti i contenuti creati dalla persona via post, update nei social network, foto” ed aggiungerei ormai tweet (Twitter.com) messaggi in Jaiku e Pownce, aggiornamenti via Facebook, propositi di spostamenti tramite Dopplr o Socialight, pensieri ed illuminazione via Tumblr,cambiamenti di posizione condivisi e geolocalizzati via FireEagle (progetto di Yahoo veramente interessante che vi consiglio di tenere d’occhio) o una raccolta sempre aggiornata dei suddetti tramite FriendFeed. Ovviamente la lista potrebbe essere praticamente infinita e comunque in continua evoluzione mentre nascono nuovi servizi e cambiano gusto ed attenzione degli utenti.

Che sia giusto o meno, le applicazioni sociali di lifestreaming forniscono una cronaca anche molto puntuale delle esperienze quotidiane vissute da milioni di utenti. In tempo reale sai chi sta viaggiando, chi è ad una conferenza, chi incontra un cliente o scopre un nuovo servizio, ma anche chi è in bagno, ha sonno, ucciderebbe la compagnia aerea (ammetto di rientrare spesso in questa categoria) o va a prendere una boccata d’aria. Seguendo centinaia di contatti, in decine di servizi diversi, si ha a volte una sensazione di accerchiamento, information overload e scarsa rilevanza di ciò che leggiamo.

La prima domanda, forse spontanea è: perchè sentiamo il bisogno di condividere tutto quello che stiamo facendo? Dobbiamo ammettere che, almeno in parte, si tratti di un bisogno di mostarsi ed essere riconosciuti (vedi Grande Fratello). Avere qualcuno che ti scrive chiedendoti “veramente sei andato alla conferenza di San Francisco?” o “sul serio hai lanciato una nuova startup a Timbuktu?” ci fa sentire forse un pizzico più importanti. Una componente, forse più importante è la necessità di connessione sociale, ovvero trovare altre persone con cui condividiamo gusti ed esperienze e con cui entrare in contatto tramite un meccanismo di serendipity un pò aiutata. Il tutto con una immediatezza, semplicità, frequenza ed inclusività sconcertanti.

Cosa dire sulla privacy? Abbiamo tutti il terrore che le nostre preziosissime informazioni siano date in pasto a spammers, sconosciuti, aziende, etc quando poi noi stessi siamo sempre più disposti a renderle accessibili in mondovisione, sui motori di ricerca ed i servizi web di tutto il mondo. Con l’avvento di oggetti coscienti della propria posizione e del contesto in cui esistono, come con la diffusione di dispositivi costantemente connessi in rete (sia essa fatta di router, celle radiotelefoniche, sistemi di navigazione satellitare), la nostra presenza ed attività saranno sempre più costantemente condivise in modi difficili da controllare.

Nonostante questo, la disintermediazione, l’appiattimento delle relazioni, la bidirezionalità a cui il web 2.0 ci sta abituando rappresentano anche grandi opportunità. Pensate alla possibilità di usare meccanismi di enterprise twittering. Un mio collega presso il cliente potrebbe lanciare in rete alcune informazioni relative alla riunione in corso e tramite quelle informazioni (che altrimenti mi sarebbe impossibile trovare) potrei domani o fra un mese conquistare un nuovo cliente, semplificare il mio lavoro, scovare spazi per nuovi prodotti, etc. Esistono poi scenari sociali: se in caso di emergenza avessi la possibilità di inviare automaticamente una richiesta di aiuto ai miei contatti (magari tramite un servizio di geolocalizzazione), probabilmente uno di loro riuscirebbe a raggiungermi prima degli stessi servizi di soccorso. Senza parlare dei potenziali risvolti di marketing.

Ciò di cui sono certo è invece il forte cambiamento nella visibilità e tempestività che oggi abbiamo sulle vite dei nostri simili, contro ogni chiusura alla libertà di espressione o sistema di controllo e coercizione. Questa facilità di comunicazione, aldilà dei tristi tentativi di demonizzazione, sta entrando profondamente nel modo di essere dei giovani, cambiando concetti basilari come identità, privacy, sicurezza, libertà.

Resta da capire se il futuro che ci aspetta, sarà un mondo più democratico o semplicemente più facile da controllare..

April 17, 2008

Oliviero Toscani. Comunicazione, informazione e Pubblicità

Oliviero Toscani

Comunicazione, informazione e pubblicità, Oliviero Toscani e tanta folla.
Questa è la situazione che si è presentata a me e alle ragazze (Elena e Leonora) ieri sera quando, dopo una giornata di lavoro, abbiamo deciso di partecipare alla conferenza tenutasi all’USI (università della svizzera italiana).

Tutti conosciamo Toscani: per le fotografie “shock“, se così vogliamo definirle, per le campagne Benetton, per Fabrica e per la Sterpaia, ma non avendolo mai sentito parlare ho deciso che ne sarebbe valsa la pena.
Come al solito parlando fra me e me mi sono detta: “Trattasi di un provocatore visivo e già questo potrebbe essere potenzialmente molto intrigante, forse può far scattare delle interessanti riflessioni, magari può sollevare argomenti su cui discutere? E anche se così non fosse se è arrivato dove è arrivato avrà ben qualcosa da dire…. o no?”

Bhè è stato così, sono stati molti i punti trattati, ma tutti con la stessa intensità provocatoria, ogni frase sembrava voler far infiammare la coscienza comune.
Tante piccole freccette che colpivano parti scoperte o meno del pensiero degli spettatori, alcune anche senza cognizione di causa.

Toscani a detta sua non guarda la tv, non usa internet, etc… ma ne parla comunque male.
Parla dell’informazione e dei giornalisti come di una strana specie di prostitute pubblicitarie, di internet come di un mondo popolato da pigri e di paura della società di affrontare i problemi.
Per questo ieri sono uscita dall’incontro un po’ interdetta, nonché irritata da tale arroganza, ma solo adesso (sul treno per tornare a casa) credo di aver trovato la chiave di lettura dell’intervento del fotografo.

Tutto è comunicazione e non si può comunicare, questo è il concetto ribadito più volte. Il comunicare espresso sempre secondo soggettività diverse porta a milioni di verità. Lui raccontando la sua verità, spesso per gli animi più sensibili decisamente violenta, ha voluto nella sua carriera utilizzando il mezzo fotografico narrare la bellezza. La bellezza che spesso deriva dalla tragedia.

Ha usato un esempio bellissimo parlando della straodinarietà de “La Pietà” di Michelangelo. Un’opera tanto eccezionale quanto carica di dramma, di dolore. una madre che vede morire il figlio. Niente è più terribile, ma nonostante ciò è osannata per il suo armonico candore e per la tensione interna delle sue parti.

Da quando esiste la fotografia, si può realmente dire di conoscere i fatti. Una fotografia ci attacca percettivamente molto di più di un’opera d’arte. Alla fotografia non si può scappare perché non vi è presente un’esagerazione dei fatti. Quello che vediamo è quello che succede. E se probabilmente è più straziante per noi la visione di un soldato ucciso fotografato da Robert Capa rispetto a “La morte di Marat” di Jaques-Louis David.
Ecco lui ha fatto di questa fotografia nuda, viscerale e più vivida della realtà stessa il suo modo di parlare, e di far parlare i suoi progetti, i suoi manifesti e i brand che hanno ospitato tali “opere”.

Se l’informazione è, come detto più volte ieri, la pubblicità della pubblicità, lui è riuscito a fare della pubblicità un mezzo di informazione. Tutto deve essere venduto? Tutto deve essere business? E Toscani è riuscito a trovare un altro modo.

Un modo per far confluire nella pubblicità la verità quotidiana. Quella verità che spesso le persone non vogliono osservare. Quella verità che ti fa piangere e ti strazia. Quella verità di cui tutti quelli che leggono un giornale patinato farebbero volentieri a meno.

Tutto è opinabile.
Ognuno vive della sua realtà del suo contesto. Una realtà e un contesto probabilmente incanalati dai media. Alterati. L’attenzione viene spesso sviata da quella che è la realtà dei fatti. Da quello che è il reale accadere degli eventi. Viene offuscata da veli opalini.

Se la maggior parte delle ragazze in Italia vuol fare la “velina” e la stragrande maggioranza dei ragazzi ha come obiettivo il diventare un “calciatore” forse sarebbe meglio iniziare a farsi qualche domanda.

April 16, 2008

USA vs EU?

Pubblicato in: Interaction design — Tags: , , — da Dafne Gobbi alle 05:39

pannello.jpg

Io e Luca siamo arrivati da 24 ore a San Francisco (dopo 24 ore di viaggio travagliato). Nel tentativo di riprenderci dal jet lag, abbiamo attraversato la città armati di macchina fotografia e sorriso. Ci siamo imbattuti in luoghi, persone e situazioni che ci hanno fatto notare svariate differenze culturali molto interessanti.

Una di queste è l’introduzione, già fortemente consolidata, di postazioni interattive che aiutano gli utenti in contesti diversi a ottenere informazioni. Ad esempio, all’interno di un “enorme” centro commerciale, abbiamo trovato dei pannelli interattivi che attraverso un touch-screen ed un interfaccia molto intuitiva ti permettono di ottenere il percorso verso un negozio partendo dal punto esatto dove sono posizionati.

Quest’ultima raffinatezza presuppone che i pannelli sono stati progettati e configurati in maniera individuale contestualizzandoli direttamente nell’architettura dell’edificio. Questo ha permesso di aggiungere funzionalità come la pubblicità contestuale ai negozi in prossimità.

Interfacce di questo tipo non sono sicuramente una novità dal punto di vista tecnologico ma quantopiù dal punto di vista di diffusione nella realtà quotidiana.

Pensandola facile potrei dire che sto vedendo il nostro futuro da centro-Europei ma data l’odierna disponibilità tecnologica non è che culturalmente da noi certi oggetti non funzionano così bene?

ps: appurato che anche in america internet è allergico a me

April 15, 2008

Snake come esempio di esperienza utente giocosa (playful UX)

Snake

Vorrei solo portare un piccolo esempio per meglio capire la definizione di gioco di Bruno Munari che Alberto Mucignat ha riportato recentemente sul suo blog e mi riallaccio anche un post in cui avevo cercato di definire le regole che fanno un sito “giocoso”.

La frase in questione è:

Il giocattolo ideale deve poter essere capito dal bambino senza alcuna spiegazione. Si può lasciare il giocattolo in mano al bambino e lui lo dovrebbe capire, sia cosa è, sia come si usa.

L’esempio che vi porto è Snake, il mitico gioco storico installato su tutti i cellulari nokia a partire dalla fine degli anni ‘90. Spero che tutti i lettori di questo blog ci abbiano giocato per N ore nella loro vita :D

Ecco, alzi la mano chi si è preso la briga di leggersi le istruzioni prima di cominciare a giocare.
E alzi la mano chi ha avuto problemi nel capire le regole del gioco senza leggere le suddette istruzioni.

Come è possibile? Il motivo è semplice, l’interfaccia di gioco permette di fare solo ciò che deve essere fatto.

Vediamo il dettaglio:

L’utente di ritrova sullo schermino un oggetto in movimento.
Si accorge di averne il controllo.
Lo schermo è completamente vuoto ad eccezione di un puntino formato da pochi pixel.
Che fare? Ma andarci addosso ovviamente! Cos’altro?
E così il gioco inizia. Mangiata la prima pallina ne compare un’altra.
Che fare? Ancora andarci addosso!
Ed evitare i muri naturalmente. Alla 5 volta che si sbatte lo si impara..

Quello che voglio dire è che anche nella progettazione web penso sia utile tenere a mente questo insegnamento di Snake: la semplicità vince, così come la chiarezza nell’offrire possibilità di navigazione e di contenuto.
Un sito deve poter essere navigato quasi in modo istintivo. E le regole devono essere implicite.

April 14, 2008

gli avatar sul lettino di Freud

Pubblicato in: User research — Tags: , , , — da Piero alle 09:28

avatar

Secondo gli scienziati (o almeno la maggior parte) siamo una specie in evoluzione e questo ovviamente vale nell’utilizzo dei mezzi di tutti i giorni e quindi vale anche nell’utilizzo di internet. Non voglio qui disquisire di come è cambiato l’utilizzo di internet negli ultimi 10 anni anche perchè osservare un fenomeno dall’interno spesso e volentieri causa macroscopici errori di prospettiva… Non credo inoltre si possa ridurre internet ad un unico mezzo, è più un insieme di tecnologie che a loro volta creano svariati mezzi (le mail, l’home banking, le chat, l’informazione, gli ebook ecc…). Possiamo però osservare e commentare aspetti particolari della galassia internet; un aspetto che mi incuriosisce molto è infatti comprendere (o almeno osservare) come è cambiato l’ingresso nella rete.

Quando ho iniziato questo lavoro una cosa su tutte mi è balzata subito agli occhi: il contatto con la blogosfera. Mai prima di allora mi era capitato di osservare delle identità reali nella virtualità, mi spiego: fino ad allora i miei contatti con gli altri internauti si basavano sulle community (tra l’altro devo ammettere mai amate!) nelle quali l’interazione era tra l’avatar di Piero ( che poteva chiamarsi in mille modi) e l’avatar dell’ Altro. Ricordo che si partiva con la fantasia quando ci si doveva descrivere e scegliere la foto da inserire (la maggior parte dei ragazzi erano vichinghi alti due metri e le ragazze tutte pin-up da calendario). Le foto poi ovviamente erano le più disparate ed era praticamente impossibile, anche con un intenso scambio di mail e/o chattate, capire letteralmente con chi stavi interagendo. Questo universo veniva visto ancora come qualcosa da cui diffidare ed era meglio non spiegare troppo di sé. Credo però che ci fosse anche un altra causa: era l’inizio di un mondo virtuale e per la maggior parte di noi era la possibilità di ripartire da zero, di crearsi una identità nuova e non per forza fedele alla realtà.

L’unione di queste due motivazioni ha contribuito a creare un universo parallelo in cui farsi ri-conoscere. Con il passare del tempo le cose sono cambiate: l’essere riconosciuti in rete è vista come cosa positiva e i profili che mi capita di incontrare nel mio lavoro rispecchiano sempre più una similarità con la realtà. Perchè tutto questo discorso? Perchè mi piacerebbe capire fino a che punto ora un avatar rispecchia la persona che cela. Già la parola persona viene dal greco e vuol dire “maschera” perchè una persona è tale nella società, nelle relazioni con gli altri. L’avatar a sua volta si può definire una persona? E’ possibile capire da una foto qualcosa di chi cela? Credo sia interessante provare a comprendere questo perchè penso sia un termometro efficacissimo per capire se la fiducia in internet sta aumentando e in che modo. Sarebbe interessante studiare questo item nei diversi ambiti di internet e capire dove è più facile (conveniente?) nascondersi e dove invece si racconta un pò di più di se stessi.

 

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